Questa mattina mi sono svegliata in un abbraccio, con il caffè a letto e i vetri appannati:
dalla finestra filtrava l'oro magico delle mattine di sole di Dicembre -il freddo si riconosce dalla sua luce prima che dalle mani e dalle guance gelate-.
Sono uscita, mi sono fermata a prendere un secondo caffè al bar, persa nei discorsi degli sconosciuti, ho ritirato un pacco in posta e tornando verso casa mi sono imbattuta in un gesto che ormai sa di antico: un anziano che imbucava una lettera e mi sono ritornate in mente tutte le lettere che ho spedito anni fa', l'attesa nel ricevere la risposta, l'emozione nel prender tra le mani la busta quando appariva per incanto nella buca, la bellezza del momento in cui la si apriva - sempre strappando qualche pezzetto di carta- e la si leggeva e rileggeva, fino a quando la si sapeva a memoria.
Che bello sarebbe ricevere di nuovo una lettera!
Oggi, comunque è venerdì, il giorno più bello della settimana e io ho mille motivi per essere felice.
Un post al giorno per un anno, per riscoprire insieme che ci sono almeno trecentosessantacinque motivi per cui essere felici. Esercizi di stupore quotidiano per non perdere la voglia di cercare ovunque la Bellezza delle piccole cose.
venerdì 6 dicembre 2019
venerdì 8 novembre 2019
Giorno centoquattordici: fare di necessità virtù (come ti trasformo quattro giorni di malattia in una risorsa preziosa)
Stare a casa quando si è malati, stare a casa quando a lavoro hai miliardi di cose da fare e l'ultima cosa che desideri è doverle rimandare, insomma: stare a casa quando non si vorrebbe.
Ecco come a volte sono le circostanze a decidere per noi, ma non tutti i mali vengono per nuocere! (Sì, in questo mio ritorno dopo più di un anno di silenzio mi sento piuttosto innamorata dei detti popolari e dei proverbi, come avrete potuto notare)!
Reduce da quattro giorni di reclusione forzata per via di una noiosa influenza con febbre, mi ritrovo in realtà a tirare le somme di questo tempo sottratto ai ritmi frettolosi della quotidianità e a sentirmi inaspettatamente soddisfatta e felice.
Ho approfittato di questa parentesi per dedicarmi a tutto quello che solitamente quando ho tempo rimando -perché preferisco fare cose più interessanti- e quando non ho tempo non faccio, per ovvie ragioni.
Ecco quindi che le noiose mattinate e i pomeriggi interminabili diventano felici quando, in ordine sparso:
- decidi che è arrivato il momento di sistemare le foto dei tuoi viaggi degli ultimi tre anni.
Ebbene sì, in una delle centinaia di liste di buoni propositi che avevo stilato negli scorsi anni compariva la voce "Stampare foto delle vacanze e creare degli album ricordo". Devo ammettere che ci ho messo un po' ad onorare questo impegno che avevo preso, ma come si suol dire: meglio tardi che mai! Ora ho ben due album che sfoglio provando un piacere che avevo scordato da quando non stampavo più le foto. Finalmente ho dato un corpo tangibile ai miei ricordi, tornare a scorrere quelle pagine nere mentre osservo ogni immagine e i momenti che raccontano è un privilegio che va difeso, contro l'insana tendenza a lasciare che tutto si perda nell'impalpabile mondo del digitale.
- metti in ordine i cassetti che contengono collane, orecchini, braccialetti, anelli e le centinaia di accessori che il mio comò di accumulatrice seriale -disordinata-contiene da anni. Ogni cassetto custodisce i bottini delle mie incursioni nei mercatini dell'usato, gli scambi con le amiche, i regali portati da viaggi in luoghi lontani, uno scrigno di pezzi unici che servono a definire il mio modo di essere e che meritava di ritrovare un suo ordine dignitoso.
- finisci un libro che ti faceva compagnia da mesi sul comodino e ne inizi addirittura uno nuovo ("Una donna in bilico" di Lucia Etxebarrìa).
- riesci a guardare ben tre puntate della tua serie preferita.
-acquisti online i primi regali di Natale per i tuoi amici e quella stampa che desideravi da mesi per appenderla sopra al letto.
- puoi coccolare i tuoi gatti per un tempo illimitato.
-programmi il lavoro da svolgere in classe per tutta la settimana in modo da essere libera di goderti il sabato e la domenica.
-sperimenti nuovi piatti in cucina (vedi alla voce "Pennette alla crema di peperoni e olive taggiasche")
-ritorni a scrivere sul tuo blog dal quale mancavi da troppo tempo.
Insomma, eccomi di nuovo piena di entusiasmo per essere tornata su questa pagina e per poter raccontare tutte le cose belle per cui vale la pena essere felici, tutti quei piccoli e apparentemente insignificanti dettagli per cui anche oggi abbiamo sorriso, seppure per un solo istante.
ps Questa volta, però voglio essere realista, perché gli obiettivi devono essere realizzabili: non riuscendo a garantire di poter scrivere un post al giorno cercherò comunque di scrivere il più possibile e come obiettivo minimo direi che può andar bene quello di un post alla settimana...pensate che mi leggerete lo stesso?
Ecco come a volte sono le circostanze a decidere per noi, ma non tutti i mali vengono per nuocere! (Sì, in questo mio ritorno dopo più di un anno di silenzio mi sento piuttosto innamorata dei detti popolari e dei proverbi, come avrete potuto notare)!
Reduce da quattro giorni di reclusione forzata per via di una noiosa influenza con febbre, mi ritrovo in realtà a tirare le somme di questo tempo sottratto ai ritmi frettolosi della quotidianità e a sentirmi inaspettatamente soddisfatta e felice.
Ho approfittato di questa parentesi per dedicarmi a tutto quello che solitamente quando ho tempo rimando -perché preferisco fare cose più interessanti- e quando non ho tempo non faccio, per ovvie ragioni.
Ecco quindi che le noiose mattinate e i pomeriggi interminabili diventano felici quando, in ordine sparso:
- decidi che è arrivato il momento di sistemare le foto dei tuoi viaggi degli ultimi tre anni.
Ebbene sì, in una delle centinaia di liste di buoni propositi che avevo stilato negli scorsi anni compariva la voce "Stampare foto delle vacanze e creare degli album ricordo". Devo ammettere che ci ho messo un po' ad onorare questo impegno che avevo preso, ma come si suol dire: meglio tardi che mai! Ora ho ben due album che sfoglio provando un piacere che avevo scordato da quando non stampavo più le foto. Finalmente ho dato un corpo tangibile ai miei ricordi, tornare a scorrere quelle pagine nere mentre osservo ogni immagine e i momenti che raccontano è un privilegio che va difeso, contro l'insana tendenza a lasciare che tutto si perda nell'impalpabile mondo del digitale.
- metti in ordine i cassetti che contengono collane, orecchini, braccialetti, anelli e le centinaia di accessori che il mio comò di accumulatrice seriale -disordinata-contiene da anni. Ogni cassetto custodisce i bottini delle mie incursioni nei mercatini dell'usato, gli scambi con le amiche, i regali portati da viaggi in luoghi lontani, uno scrigno di pezzi unici che servono a definire il mio modo di essere e che meritava di ritrovare un suo ordine dignitoso.
- finisci un libro che ti faceva compagnia da mesi sul comodino e ne inizi addirittura uno nuovo ("Una donna in bilico" di Lucia Etxebarrìa).
- riesci a guardare ben tre puntate della tua serie preferita.
-acquisti online i primi regali di Natale per i tuoi amici e quella stampa che desideravi da mesi per appenderla sopra al letto.
- puoi coccolare i tuoi gatti per un tempo illimitato.
-programmi il lavoro da svolgere in classe per tutta la settimana in modo da essere libera di goderti il sabato e la domenica.
-sperimenti nuovi piatti in cucina (vedi alla voce "Pennette alla crema di peperoni e olive taggiasche")
-ritorni a scrivere sul tuo blog dal quale mancavi da troppo tempo.
Insomma, eccomi di nuovo piena di entusiasmo per essere tornata su questa pagina e per poter raccontare tutte le cose belle per cui vale la pena essere felici, tutti quei piccoli e apparentemente insignificanti dettagli per cui anche oggi abbiamo sorriso, seppure per un solo istante.
ps Questa volta, però voglio essere realista, perché gli obiettivi devono essere realizzabili: non riuscendo a garantire di poter scrivere un post al giorno cercherò comunque di scrivere il più possibile e come obiettivo minimo direi che può andar bene quello di un post alla settimana...pensate che mi leggerete lo stesso?
martedì 11 settembre 2018
Giorno cento tredici: la caffettiera della sera prima (ovvero i soliti buoni propositi di settembre).
La luce di Settembre è la più bella, è quella perfetta per tornare a vivere.
Sono una creatura autunnale.
Mi piace la dolcezza con cui i colori diventano più tenui perdendo la sfacciataggine soffocante e gridata di Agosto, mi piace tirar fuori dall'armadio il golfino per i primi freddi delle otto di mattina, guardarmi intorno e vedere che ogni cosa si sta preparando per tornare a riposare, a raccogliersi, a chiudersi in un pomeriggio caldo sotto il plaid a leggere o guardare film.
E come ogni Settembre - ennesimo atteso capodanno- metto un punto e vado a capo.
A settembre poto rami, chiudo situazioni, ne apro di nuove.
L'autunno è per me il momento in cui torno a guardami dentro, a fare il punto della situazione, a fare liste, tante liste, di cose da fare.
Ecco, dalle esperienze passate ho imparato che con le liste dei buoni propositi non bisogna esagerare, non bisogna farne troppe e che soprattutto gli obiettivi devono essere chiari, pochi e raggiungibili.
Così anche questo settembre ho stilato la mia banalissima lista delle cose da fare che suona più o meno così:
- ricordarsi di preparare la caffettiera per il giorno seguente prima di andare a dormire
-tornare a dedicare del tempo alle cose che amo come la scrittura e la fotografia
-possibilmente provare a farne se non un lavoro, qualcosa di simile
-trovare tempo per andare in piscina
-non perdermi di vista.
Tra tutti questi buoni propositi, i più importanti sono certamente il primo e l'ultimo.
Il primo, in primis (non per niente apre la lista)!
Ho sempre un grande entusiasmo per le cose che cominciano, ho mille idee, vivo come ubriaca di passione i primi momenti in cui l'intuizione creativa si affaccia sulla soglia del cuore, ma poi poco per volta perdo lo stimolo, sono inconcludente e i miei sogni rimangono nel cassetto a far la muffa.
Ecco, questo non vorrei più che accadesse.
Perché i sogni vanno custoditi, alimentati e poi devono prender forma e per renderli tangibili serve tanta costanza, ciò che in assoluto mi manca.
Sono disorganizzata, inconcludente e regina della procrastinazione, questa è la peggior malattia che affligge il mio sistema creativo, il morbo che uccide l'artista che è in me.
Devo imparare a prendermi cura delle mie idee a non abbandonarle dopo averle intraviste splendermi davanti, devo imparare l'abitudine e l'assiduità.
Così mi sottopongo a questo piccolo esercizio quotidiano: mi preparo la caffettiera per la mattina successiva.
Pare una sciocchezza, eppure a me costa la stessa fatica che costava a Sisifo riportare su per la montagna il suo pesantissimo masso.
Sull'ultimo punto c'è ben poco da dire.
L'ultimo punto si nutre della forza che scaturisce dal primo: imparare la costanza, smettere di precludermi opportunità, credere di più nei miei doni, essere la mia priorità.
Sempre.
(Almeno fino alla prossima lista).

Sono una creatura autunnale.
Mi piace la dolcezza con cui i colori diventano più tenui perdendo la sfacciataggine soffocante e gridata di Agosto, mi piace tirar fuori dall'armadio il golfino per i primi freddi delle otto di mattina, guardarmi intorno e vedere che ogni cosa si sta preparando per tornare a riposare, a raccogliersi, a chiudersi in un pomeriggio caldo sotto il plaid a leggere o guardare film.
E come ogni Settembre - ennesimo atteso capodanno- metto un punto e vado a capo.
A settembre poto rami, chiudo situazioni, ne apro di nuove.
L'autunno è per me il momento in cui torno a guardami dentro, a fare il punto della situazione, a fare liste, tante liste, di cose da fare.
Ecco, dalle esperienze passate ho imparato che con le liste dei buoni propositi non bisogna esagerare, non bisogna farne troppe e che soprattutto gli obiettivi devono essere chiari, pochi e raggiungibili.
Così anche questo settembre ho stilato la mia banalissima lista delle cose da fare che suona più o meno così:
- ricordarsi di preparare la caffettiera per il giorno seguente prima di andare a dormire
-tornare a dedicare del tempo alle cose che amo come la scrittura e la fotografia
-possibilmente provare a farne se non un lavoro, qualcosa di simile
-trovare tempo per andare in piscina
-non perdermi di vista.
Tra tutti questi buoni propositi, i più importanti sono certamente il primo e l'ultimo.
Il primo, in primis (non per niente apre la lista)!
Ho sempre un grande entusiasmo per le cose che cominciano, ho mille idee, vivo come ubriaca di passione i primi momenti in cui l'intuizione creativa si affaccia sulla soglia del cuore, ma poi poco per volta perdo lo stimolo, sono inconcludente e i miei sogni rimangono nel cassetto a far la muffa.
Ecco, questo non vorrei più che accadesse.
Perché i sogni vanno custoditi, alimentati e poi devono prender forma e per renderli tangibili serve tanta costanza, ciò che in assoluto mi manca.
Sono disorganizzata, inconcludente e regina della procrastinazione, questa è la peggior malattia che affligge il mio sistema creativo, il morbo che uccide l'artista che è in me.
Devo imparare a prendermi cura delle mie idee a non abbandonarle dopo averle intraviste splendermi davanti, devo imparare l'abitudine e l'assiduità.
Così mi sottopongo a questo piccolo esercizio quotidiano: mi preparo la caffettiera per la mattina successiva.
Pare una sciocchezza, eppure a me costa la stessa fatica che costava a Sisifo riportare su per la montagna il suo pesantissimo masso.
Sull'ultimo punto c'è ben poco da dire.
L'ultimo punto si nutre della forza che scaturisce dal primo: imparare la costanza, smettere di precludermi opportunità, credere di più nei miei doni, essere la mia priorità.
Sempre.
(Almeno fino alla prossima lista).

lunedì 16 aprile 2018
Giorno centododici: il cielo.
Giorno centododici.
Questa mattina ho aperto le imposte e ho sorriso nel ritrovare il cielo, dopo giorni di grigio e assenza di colore.
Sono metereopatica e purtroppo vivo in un posto dove il clima non è molto clemente.
Ma di una cosa mi sto accorgendo: a volte il grigio lo vediamo noi, anche quando non c'è.
Voltandomi, ho incontrato il mio viso nello specchio e mi è scappato un sorriso.
Già, per la prima volta dopo qualche giorno malinconico.
Quel sorriso era per me, prima che per chiunque altro, perché ho capito che è arrivato il momento di crescere, di scegliere di fidarsi, di abbandonarsi, ho capito che il passato non deve più avere il potere di rovinare il presente.
Viviamo qui, adesso e questo è tutto ciò che abbiamo.
Siamo distratti, ce ne dimentichiamo spesso.
Ma non è poco.
lI cielo di questa mattina mi ha ricordato che anche i gomitoli di fumo più nero possono dissolversi se solo noi sappiamo vedere oltre, se solo riusciamo a lasciarci andare ed esser grati per quello che abbiamo, invece di ossessionarci con quello che ci manca o che presumiamo ci manchi.
Così, con questo pensiero lieve, ho incontrato di nuovo il mio viso nello specchio del bagno e stavolta ho sorriso, ma a tutte quelle persone speciali che mi sanno stare accanto nonostante le mie imperfezione e fragilità.
È anche grazie a loro se oggi posso dire di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo su di me ed è la loro presenza che mi aiuta a rialzarmi quando cado.
Non è facile essere all'altezza dei nostri sogni, però ce lo dobbiamo.
Ho indossato il cappotto rosso e attraversato la strada con un colore nuovo negli occhi.
Nel cammino verso il lavoro i primi boccioli di un verde tenero iniziano ad affacciarsi sui rami ancora spogli: è la forza di ciò che torna a riempire di vita i vuoti dell'inverno.
Basta aprirsi ed accogliere quello che arriva.
Il cielo questa mattina mi sussurrava questo: sorridi, non hai motivo di temere la primavera.
https://www.youtube.com/watch?v=_xQdgjq5P6s
Questa mattina ho aperto le imposte e ho sorriso nel ritrovare il cielo, dopo giorni di grigio e assenza di colore.
Sono metereopatica e purtroppo vivo in un posto dove il clima non è molto clemente.
Ma di una cosa mi sto accorgendo: a volte il grigio lo vediamo noi, anche quando non c'è.
Voltandomi, ho incontrato il mio viso nello specchio e mi è scappato un sorriso.
Già, per la prima volta dopo qualche giorno malinconico.
Quel sorriso era per me, prima che per chiunque altro, perché ho capito che è arrivato il momento di crescere, di scegliere di fidarsi, di abbandonarsi, ho capito che il passato non deve più avere il potere di rovinare il presente.
Viviamo qui, adesso e questo è tutto ciò che abbiamo.
Siamo distratti, ce ne dimentichiamo spesso.
Ma non è poco.
lI cielo di questa mattina mi ha ricordato che anche i gomitoli di fumo più nero possono dissolversi se solo noi sappiamo vedere oltre, se solo riusciamo a lasciarci andare ed esser grati per quello che abbiamo, invece di ossessionarci con quello che ci manca o che presumiamo ci manchi.
Così, con questo pensiero lieve, ho incontrato di nuovo il mio viso nello specchio del bagno e stavolta ho sorriso, ma a tutte quelle persone speciali che mi sanno stare accanto nonostante le mie imperfezione e fragilità.
È anche grazie a loro se oggi posso dire di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo su di me ed è la loro presenza che mi aiuta a rialzarmi quando cado.
Non è facile essere all'altezza dei nostri sogni, però ce lo dobbiamo.
Ho indossato il cappotto rosso e attraversato la strada con un colore nuovo negli occhi.
Nel cammino verso il lavoro i primi boccioli di un verde tenero iniziano ad affacciarsi sui rami ancora spogli: è la forza di ciò che torna a riempire di vita i vuoti dell'inverno.
Basta aprirsi ed accogliere quello che arriva.
Il cielo questa mattina mi sussurrava questo: sorridi, non hai motivo di temere la primavera.
https://www.youtube.com/watch?v=_xQdgjq5P6s
giovedì 4 gennaio 2018
Giorno centoundici: enjoy the silence.
Quattro Gennaio Duemiladiciotto.
Ho sempre amato i numeri pari, li trovo armoniosi, eleganti, perfetti.
Quattro gennaio, potrebbe essere quello di un anno qualunque, in realtà: stessi pomeriggi passati a giocare su un tavolo da cucina, stesse cene infinite e passeggiate intorno a casa per tornare a respirare, stessi regali scartati e lasciati a farmi compagnia sul tavolino del soggiorno per un po', così, per il gusto di avere qualcosa di nuovo davanti agli occhi. Spesso si tratta di libri, a volte sono quaderni, collane o sciarpe.
Quattro gennaio, il freddo che si insinua sotto la gonna e la voglia che sia subito primavera, che di nebbia e cieli uggiosi ne hai abbastanza.
Il primo vento profumato di cambiamento.
La lista dei buoni propositi -che quest'anno ho saltato fingendo di essermene scordata-, la sera di capodanno con gli amici, le promesse a noi stessi che questa volta saremo migliori, il vino, le risate.
Ogni anno soffro di una specie di sindrome da festività: dopo l'euforia indotta arriva inevitabilmente il senso di vuoto lasciato dalle cose che finiscono e la voglia di colmarlo con qualcosa.
Pensavo, riflettevo: a volte la felicità può far paura.
Può far paura perché non ce la ricordavamo,
perché non ci siamo più abituati,
perché temiamo che finisca da un momento all'altro.
Ma a poco, anzi a nulla, serve tentare di mettere il cuore al sicuro.
Non resta che respirarla tutta, berla in un sorso, gustarla sul palato prima di mandarla giù.
Quest'anno la mia felicità ha un sapore diverso, ha il sapore delle cose non dette.
Proprio così, perché le cose non dette, di solito, sono pesanti fardelli che ci portiamo dentro, sono bocconi amari che scegliamo di gustare da soli avvelenandoci di tutto il loro orribile sapore, sono muri invalicabili che ci allontano in maniera spesso irreversibile.
Di solito.
Altre volte,
invece,
come questa volta,
sono cose preziose e per questo fragili.
Sono un regalo che facciamo a noi stessi.
Cose troppo belle per parlarne,
piccole magie che vogliamo accarezzare in segreto,
senza il bisogno di urlarle a nessun altro.
Oggi è una cosa bella quella di cui vorrei non parlare, su questa pagina.
In fondo è così importante dire qualsiasi cosa di sé?
Non è forse più importante vivere, semplicemente gustarsi fino in fondo ogni piccola felicità inattesa?
Certo, forse appare una riflessione bizzarra su una pagina il cui intento era quello di attaccare piccoli post it di qualche riga per ricordarsi che la felicità è una cosa semplice, fatta di piccolezze.
Bizzarra, ma non insensata.
Questa volta, il mio motivo di felicità lo voglio tacere.
Da qualche tempo sorrido come non accadeva da tempo.
Ho ricevuto un paio di orecchini che hanno una storia e le cose con una storia, sono le mie preferite.
Forse è per questo che mentre cammino cerco piccoli segni sull'asfalto, inciampo in pezzi di fogli scritti a mano o in cuori nascosti in pietre e foglie, frecce che mi suggeriscono la strada.
Lo sa chi mi conosce bene o lo sa anche chi mi sta conoscendo adesso e ha occhi aperti capaci di guardare.
Quando li indosso, non posso che pensare a quanto a volte la vita faccia mille giri e poi ci dia le risposte giuste, quelle che aspettavamo da tempo, sempre nel momento in cui ormai avevamo perso la forza per continuare a farci delle domande.
E così gli ultimi giorni dell'anno che si è appena chiuso, sono scivolati leggeri, scaldati dal tepore di questa certezza, sono stati giorni strani e felici.
Mentre l'anno nuovo si è aperto con il vento freddo sui colori del mare, quelli che amo più di tutto.
La spiaggia deserta ha un sapore diverso da ogni altra cosa: qualcuno lo trova malinconico, per me è semplicemente stupore dinnanzi alla bellezza.
E stupore è la sensazione che voglio custodire in questo inizio di anno, stupore e silenzio, tentando di scordare l'amaro del dopo festa.
Che sia un anno pieno di Vita e senza paura di danzare, che le ombre siano solo zone di contrasto per accendere ulteriormente lo splendore della luce, che ogni attimo sia vissuto nello stupore continuo.
Parole non dette come nuvole che corrono veloci dal finestrino del treno, come colori che si accendono improvvisi sotto un cielo minaccioso, come galleggiare impauriti su nel cielo grazie a una giostra, come un piccolo segreto custodito per non rovinarlo.
E anche un po' per scaramanzia,
forse.
https://www.youtube.com/watch?v=aGSKrC7dGcY
Ho sempre amato i numeri pari, li trovo armoniosi, eleganti, perfetti.
Quattro gennaio, potrebbe essere quello di un anno qualunque, in realtà: stessi pomeriggi passati a giocare su un tavolo da cucina, stesse cene infinite e passeggiate intorno a casa per tornare a respirare, stessi regali scartati e lasciati a farmi compagnia sul tavolino del soggiorno per un po', così, per il gusto di avere qualcosa di nuovo davanti agli occhi. Spesso si tratta di libri, a volte sono quaderni, collane o sciarpe.
Quattro gennaio, il freddo che si insinua sotto la gonna e la voglia che sia subito primavera, che di nebbia e cieli uggiosi ne hai abbastanza.
Il primo vento profumato di cambiamento.
La lista dei buoni propositi -che quest'anno ho saltato fingendo di essermene scordata-, la sera di capodanno con gli amici, le promesse a noi stessi che questa volta saremo migliori, il vino, le risate.
Ogni anno soffro di una specie di sindrome da festività: dopo l'euforia indotta arriva inevitabilmente il senso di vuoto lasciato dalle cose che finiscono e la voglia di colmarlo con qualcosa.
Pensavo, riflettevo: a volte la felicità può far paura.
Può far paura perché non ce la ricordavamo,
perché non ci siamo più abituati,
perché temiamo che finisca da un momento all'altro.
Ma a poco, anzi a nulla, serve tentare di mettere il cuore al sicuro.
Non resta che respirarla tutta, berla in un sorso, gustarla sul palato prima di mandarla giù.
Quest'anno la mia felicità ha un sapore diverso, ha il sapore delle cose non dette.
Proprio così, perché le cose non dette, di solito, sono pesanti fardelli che ci portiamo dentro, sono bocconi amari che scegliamo di gustare da soli avvelenandoci di tutto il loro orribile sapore, sono muri invalicabili che ci allontano in maniera spesso irreversibile.
Di solito.
Altre volte,
invece,
come questa volta,
sono cose preziose e per questo fragili.
Sono un regalo che facciamo a noi stessi.
Cose troppo belle per parlarne,
piccole magie che vogliamo accarezzare in segreto,
senza il bisogno di urlarle a nessun altro.
Oggi è una cosa bella quella di cui vorrei non parlare, su questa pagina.
In fondo è così importante dire qualsiasi cosa di sé?
Non è forse più importante vivere, semplicemente gustarsi fino in fondo ogni piccola felicità inattesa?
Certo, forse appare una riflessione bizzarra su una pagina il cui intento era quello di attaccare piccoli post it di qualche riga per ricordarsi che la felicità è una cosa semplice, fatta di piccolezze.
Bizzarra, ma non insensata.
Questa volta, il mio motivo di felicità lo voglio tacere.
Da qualche tempo sorrido come non accadeva da tempo.
Ho ricevuto un paio di orecchini che hanno una storia e le cose con una storia, sono le mie preferite.
Forse è per questo che mentre cammino cerco piccoli segni sull'asfalto, inciampo in pezzi di fogli scritti a mano o in cuori nascosti in pietre e foglie, frecce che mi suggeriscono la strada.
Lo sa chi mi conosce bene o lo sa anche chi mi sta conoscendo adesso e ha occhi aperti capaci di guardare.
Quando li indosso, non posso che pensare a quanto a volte la vita faccia mille giri e poi ci dia le risposte giuste, quelle che aspettavamo da tempo, sempre nel momento in cui ormai avevamo perso la forza per continuare a farci delle domande.
E così gli ultimi giorni dell'anno che si è appena chiuso, sono scivolati leggeri, scaldati dal tepore di questa certezza, sono stati giorni strani e felici.
Mentre l'anno nuovo si è aperto con il vento freddo sui colori del mare, quelli che amo più di tutto.
La spiaggia deserta ha un sapore diverso da ogni altra cosa: qualcuno lo trova malinconico, per me è semplicemente stupore dinnanzi alla bellezza.
E stupore è la sensazione che voglio custodire in questo inizio di anno, stupore e silenzio, tentando di scordare l'amaro del dopo festa.
Che sia un anno pieno di Vita e senza paura di danzare, che le ombre siano solo zone di contrasto per accendere ulteriormente lo splendore della luce, che ogni attimo sia vissuto nello stupore continuo.
Parole non dette come nuvole che corrono veloci dal finestrino del treno, come colori che si accendono improvvisi sotto un cielo minaccioso, come galleggiare impauriti su nel cielo grazie a una giostra, come un piccolo segreto custodito per non rovinarlo.
E anche un po' per scaramanzia,
forse.
https://www.youtube.com/watch?v=aGSKrC7dGcY
venerdì 10 novembre 2017
Giorno centodieci: una rinnovata promessa
Le promesse più importanti sono quelle
che facciamo a noi stessi.
Così scrivevo, esattamente un anno fa
sotto la foto di un anello in ambra al dito anulare, una piccola
promessa preziosa messa lì come un voto d'amore verso la me stessa
che stava affondando in acque troppo scure.
A volte ci si dimentica che solo se lo
desideriamo possiamo salvarci.
Così oggi, che di giorni ne sono
passati tanti, rifaccio la stessa foto, su quello stesso ponte.
Per ricordarmelo.
I rossi, i bruni e i gialli sono gli
stessi di quel novembre passato, ma questa volta l'ambra brilla sotto
il sole pulito del primo giorno di acqua dopo quasi tre mesi
ininterrotti di siccità, aria irrespirabile, polvere e aria sporca a
imbrattare la pelle.
In un anno sono accadute tante cose. Ho
aperto e abbandonato queste pagine, ho amato e perso, ho messo un
punto, sto provando ad andare a capo.
Non è stato facile.
Non è facile.
Però i piedi riprendono a camminare
con una strana fiducia, a volte saltellando leggeri tra pozzanghere grigie, a volte indugiando per chinarmi su qualche pezzo
di carta scolorito perso da un passante.
Nella stragrande maggioranza
dei casi si tratta di liste della spesa cancellate, per me restano
solo lettere d'amore che custodiscono storie da raccontare.
Ho questa stramba tendenza a fidarmi
degli sconosciuti.
Lo so, esporsi è pericoloso, affidarsi è un
rischio, cedere alla lusinga di un'ipotetica felicità è puerile e
alla mia età quasi sfiora il ridicolo.
C'è sempre un imprevisto dietro ogni
sorriso, ciò che sembra autentico un attimo dopo rivela tutta la sa
falsità in un interessato gioco di inganni.
Vorrei essere in grado di starne alla
larga,
ma
-mi chiedo-
avrebbe senso vivere corazzati
dietro spessi strati di protezione
per evitare il rischio del fallimento?
Le foglie sono un tappeto appiccicaticcio di macchie colorate, l'asfalto è quello di un carnevale anticipato,
sfoglio come un album di fotografie quest'ennesima mattinata di
quartiere, il ponte sul fiume è intriso di acqua e nebbia sottile.
Si tratta di un istante, appena di un
istante, mi chiedo se ne valga la pena, se invece non dovrei smettere
di sorridere alla musica che mi entra dentro passando dalle cuffiette
bianche al cuore fino ad arrivare alle caviglie.
Sono giorni di umido e caffè amari,
pasticcini e abbracci che invitano all'abbandono, sono notti di poco
sonno, di scarpe verdi bottiglia, giorni sgualciti dalla pioggia
tanto attesa, parole sacre dette (con troppa leggerezza?), parole a
cui non si vuol credere, parole in cui speri di poterti rifugiare,
parole che suonano come una carezza.
Sono giorni in cui torno a infilare il
mio anello al dito, rinnovo la promessa fatta a me stessa un anno fa
e cerco di restare in questo assaggio di bellezza di quasi inverno
galleggiando a occhi aperti verso un altro cielo.
Di questo nuovo salto nel vuoto voglio
pregustare solo il tuffo felice alla fine del volo.
venerdì 6 ottobre 2017
Giorno centonove: autunno dolciastro.
Questa storia che l'autunno è una stagione triste, io non l'ho mai capita.
Venerdì pomeriggio: esco da scuola con il solo desiderio di silenzio e solitudine dopo una giornata delirante di quelle che ti abbattono.
Ma oggi non voglio lasciarmi vincere dalla pigrizia: poso libri e cambio rapidamente vestiti, scendo a prendere la bici in cantina.
E non appena imbocco il viale del parco capisco di aver fatto la cosa migliore che potessi fare.
Pedalare è sempre curativo, ancor di più nei pomeriggi tiepidi di Ottobre quando la luce e i colori sembrano un abbraccio pronto ad accoglierti con delicatezza.
Il vento scuote gli alberi, una pioggia leggera di foglie accompagna questa parentesi sospesa.
La luce sul fiume è quella della sera che si avvicina disegnando controluce sagome e ombre.
Mi siedo sulla sponda destra del fiume e senza bisogno di altro mi abbandono a un attimo senza parole, senza suoni se non quello dei remi dei canottieri e dell'aria che passa tra le fronde.
Un ragazzo coi pantaloni verdi, poco più in là, legge un libro, passa un cane e mi guarda, una signora con un maglione aperto passeggia con un'amica, mi sfiorano biciclette di passaggio.
Sono qui, ma la mia casa è ovunque.
Scrivo veloce sui tasti e torna l'odore del caffè che mi hai appoggiato sul comodino sabato mattina, quando il piumino leggero mi tratteneva senza lasciarmi alzare. La casa ha ancora segni di te sparsi ovunque: hai scordato una maglietta, gli occhiali da sole, dei fogli. Quando ho visto il tuo sorriso spuntare dalla scala mobile della metropolitana ho ricordato che sei fatto di carne e non solo di parole. Ti ho stretto e in quell'abbraccio c'erano dentro tutti i giorni in cui andavo a dormire pensando all'acqua che colora i tuoi occhi, c'era la meravigliosa insensatezza di quello che siamo, ma soprattutto la perfezione di una carezza sulla tua nuca appena rasata, la fortuna di poterti guardare ancora da vicino.
Ho sorriso e sono ripartita sulla mia bici.
Dentro un pomeriggio d'autunno, in silenzio, la perfezione che non aspettavo.
Venerdì pomeriggio: esco da scuola con il solo desiderio di silenzio e solitudine dopo una giornata delirante di quelle che ti abbattono.
Ma oggi non voglio lasciarmi vincere dalla pigrizia: poso libri e cambio rapidamente vestiti, scendo a prendere la bici in cantina.
E non appena imbocco il viale del parco capisco di aver fatto la cosa migliore che potessi fare.
Pedalare è sempre curativo, ancor di più nei pomeriggi tiepidi di Ottobre quando la luce e i colori sembrano un abbraccio pronto ad accoglierti con delicatezza.
Il vento scuote gli alberi, una pioggia leggera di foglie accompagna questa parentesi sospesa.
La luce sul fiume è quella della sera che si avvicina disegnando controluce sagome e ombre.
Mi siedo sulla sponda destra del fiume e senza bisogno di altro mi abbandono a un attimo senza parole, senza suoni se non quello dei remi dei canottieri e dell'aria che passa tra le fronde.
Un ragazzo coi pantaloni verdi, poco più in là, legge un libro, passa un cane e mi guarda, una signora con un maglione aperto passeggia con un'amica, mi sfiorano biciclette di passaggio.
Sono qui, ma la mia casa è ovunque.
Scrivo veloce sui tasti e torna l'odore del caffè che mi hai appoggiato sul comodino sabato mattina, quando il piumino leggero mi tratteneva senza lasciarmi alzare. La casa ha ancora segni di te sparsi ovunque: hai scordato una maglietta, gli occhiali da sole, dei fogli. Quando ho visto il tuo sorriso spuntare dalla scala mobile della metropolitana ho ricordato che sei fatto di carne e non solo di parole. Ti ho stretto e in quell'abbraccio c'erano dentro tutti i giorni in cui andavo a dormire pensando all'acqua che colora i tuoi occhi, c'era la meravigliosa insensatezza di quello che siamo, ma soprattutto la perfezione di una carezza sulla tua nuca appena rasata, la fortuna di poterti guardare ancora da vicino.
Ho sorriso e sono ripartita sulla mia bici.
Dentro un pomeriggio d'autunno, in silenzio, la perfezione che non aspettavo.
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