Giorno centododici.
Questa mattina ho aperto le imposte e ho sorriso nel ritrovare il cielo, dopo giorni di grigio e assenza di colore.
Sono metereopatica e purtroppo vivo in un posto dove il clima non è molto clemente.
Ma di una cosa mi sto accorgendo: a volte il grigio lo vediamo noi, anche quando non c'è.
Voltandomi, ho incontrato il mio viso nello specchio e mi è scappato un sorriso.
Già, per la prima volta dopo qualche giorno malinconico.
Quel sorriso era per me, prima che per chiunque altro, perché ho capito che è arrivato il momento di crescere, di scegliere di fidarsi, di abbandonarsi, ho capito che il passato non deve più avere il potere di rovinare il presente.
Viviamo qui, adesso e questo è tutto ciò che abbiamo.
Siamo distratti, ce ne dimentichiamo spesso.
Ma non è poco.
lI cielo di questa mattina mi ha ricordato che anche i gomitoli di fumo più nero possono dissolversi se solo noi sappiamo vedere oltre, se solo riusciamo a lasciarci andare ed esser grati per quello che abbiamo, invece di ossessionarci con quello che ci manca o che presumiamo ci manchi.
Così, con questo pensiero lieve, ho incontrato di nuovo il mio viso nello specchio del bagno e stavolta ho sorriso, ma a tutte quelle persone speciali che mi sanno stare accanto nonostante le mie imperfezione e fragilità.
È anche grazie a loro se oggi posso dire di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo su di me ed è la loro presenza che mi aiuta a rialzarmi quando cado.
Non è facile essere all'altezza dei nostri sogni, però ce lo dobbiamo.
Ho indossato il cappotto rosso e attraversato la strada con un colore nuovo negli occhi.
Nel cammino verso il lavoro i primi boccioli di un verde tenero iniziano ad affacciarsi sui rami ancora spogli: è la forza di ciò che torna a riempire di vita i vuoti dell'inverno.
Basta aprirsi ed accogliere quello che arriva.
Il cielo questa mattina mi sussurrava questo: sorridi, non hai motivo di temere la primavera.
https://www.youtube.com/watch?v=_xQdgjq5P6s
Un post al giorno per un anno, per riscoprire insieme che ci sono almeno trecentosessantacinque motivi per cui essere felici. Esercizi di stupore quotidiano per non perdere la voglia di cercare ovunque la Bellezza delle piccole cose.
lunedì 16 aprile 2018
giovedì 4 gennaio 2018
Giorno centoundici: enjoy the silence.
Quattro Gennaio Duemiladiciotto.
Ho sempre amato i numeri pari, li trovo armoniosi, eleganti, perfetti.
Quattro gennaio, potrebbe essere quello di un anno qualunque, in realtà: stessi pomeriggi passati a giocare su un tavolo da cucina, stesse cene infinite e passeggiate intorno a casa per tornare a respirare, stessi regali scartati e lasciati a farmi compagnia sul tavolino del soggiorno per un po', così, per il gusto di avere qualcosa di nuovo davanti agli occhi. Spesso si tratta di libri, a volte sono quaderni, collane o sciarpe.
Quattro gennaio, il freddo che si insinua sotto la gonna e la voglia che sia subito primavera, che di nebbia e cieli uggiosi ne hai abbastanza.
Il primo vento profumato di cambiamento.
La lista dei buoni propositi -che quest'anno ho saltato fingendo di essermene scordata-, la sera di capodanno con gli amici, le promesse a noi stessi che questa volta saremo migliori, il vino, le risate.
Ogni anno soffro di una specie di sindrome da festività: dopo l'euforia indotta arriva inevitabilmente il senso di vuoto lasciato dalle cose che finiscono e la voglia di colmarlo con qualcosa.
Pensavo, riflettevo: a volte la felicità può far paura.
Può far paura perché non ce la ricordavamo,
perché non ci siamo più abituati,
perché temiamo che finisca da un momento all'altro.
Ma a poco, anzi a nulla, serve tentare di mettere il cuore al sicuro.
Non resta che respirarla tutta, berla in un sorso, gustarla sul palato prima di mandarla giù.
Quest'anno la mia felicità ha un sapore diverso, ha il sapore delle cose non dette.
Proprio così, perché le cose non dette, di solito, sono pesanti fardelli che ci portiamo dentro, sono bocconi amari che scegliamo di gustare da soli avvelenandoci di tutto il loro orribile sapore, sono muri invalicabili che ci allontano in maniera spesso irreversibile.
Di solito.
Altre volte,
invece,
come questa volta,
sono cose preziose e per questo fragili.
Sono un regalo che facciamo a noi stessi.
Cose troppo belle per parlarne,
piccole magie che vogliamo accarezzare in segreto,
senza il bisogno di urlarle a nessun altro.
Oggi è una cosa bella quella di cui vorrei non parlare, su questa pagina.
In fondo è così importante dire qualsiasi cosa di sé?
Non è forse più importante vivere, semplicemente gustarsi fino in fondo ogni piccola felicità inattesa?
Certo, forse appare una riflessione bizzarra su una pagina il cui intento era quello di attaccare piccoli post it di qualche riga per ricordarsi che la felicità è una cosa semplice, fatta di piccolezze.
Bizzarra, ma non insensata.
Questa volta, il mio motivo di felicità lo voglio tacere.
Da qualche tempo sorrido come non accadeva da tempo.
Ho ricevuto un paio di orecchini che hanno una storia e le cose con una storia, sono le mie preferite.
Forse è per questo che mentre cammino cerco piccoli segni sull'asfalto, inciampo in pezzi di fogli scritti a mano o in cuori nascosti in pietre e foglie, frecce che mi suggeriscono la strada.
Lo sa chi mi conosce bene o lo sa anche chi mi sta conoscendo adesso e ha occhi aperti capaci di guardare.
Quando li indosso, non posso che pensare a quanto a volte la vita faccia mille giri e poi ci dia le risposte giuste, quelle che aspettavamo da tempo, sempre nel momento in cui ormai avevamo perso la forza per continuare a farci delle domande.
E così gli ultimi giorni dell'anno che si è appena chiuso, sono scivolati leggeri, scaldati dal tepore di questa certezza, sono stati giorni strani e felici.
Mentre l'anno nuovo si è aperto con il vento freddo sui colori del mare, quelli che amo più di tutto.
La spiaggia deserta ha un sapore diverso da ogni altra cosa: qualcuno lo trova malinconico, per me è semplicemente stupore dinnanzi alla bellezza.
E stupore è la sensazione che voglio custodire in questo inizio di anno, stupore e silenzio, tentando di scordare l'amaro del dopo festa.
Che sia un anno pieno di Vita e senza paura di danzare, che le ombre siano solo zone di contrasto per accendere ulteriormente lo splendore della luce, che ogni attimo sia vissuto nello stupore continuo.
Parole non dette come nuvole che corrono veloci dal finestrino del treno, come colori che si accendono improvvisi sotto un cielo minaccioso, come galleggiare impauriti su nel cielo grazie a una giostra, come un piccolo segreto custodito per non rovinarlo.
E anche un po' per scaramanzia,
forse.
https://www.youtube.com/watch?v=aGSKrC7dGcY
Ho sempre amato i numeri pari, li trovo armoniosi, eleganti, perfetti.
Quattro gennaio, potrebbe essere quello di un anno qualunque, in realtà: stessi pomeriggi passati a giocare su un tavolo da cucina, stesse cene infinite e passeggiate intorno a casa per tornare a respirare, stessi regali scartati e lasciati a farmi compagnia sul tavolino del soggiorno per un po', così, per il gusto di avere qualcosa di nuovo davanti agli occhi. Spesso si tratta di libri, a volte sono quaderni, collane o sciarpe.
Quattro gennaio, il freddo che si insinua sotto la gonna e la voglia che sia subito primavera, che di nebbia e cieli uggiosi ne hai abbastanza.
Il primo vento profumato di cambiamento.
La lista dei buoni propositi -che quest'anno ho saltato fingendo di essermene scordata-, la sera di capodanno con gli amici, le promesse a noi stessi che questa volta saremo migliori, il vino, le risate.
Ogni anno soffro di una specie di sindrome da festività: dopo l'euforia indotta arriva inevitabilmente il senso di vuoto lasciato dalle cose che finiscono e la voglia di colmarlo con qualcosa.
Pensavo, riflettevo: a volte la felicità può far paura.
Può far paura perché non ce la ricordavamo,
perché non ci siamo più abituati,
perché temiamo che finisca da un momento all'altro.
Ma a poco, anzi a nulla, serve tentare di mettere il cuore al sicuro.
Non resta che respirarla tutta, berla in un sorso, gustarla sul palato prima di mandarla giù.
Quest'anno la mia felicità ha un sapore diverso, ha il sapore delle cose non dette.
Proprio così, perché le cose non dette, di solito, sono pesanti fardelli che ci portiamo dentro, sono bocconi amari che scegliamo di gustare da soli avvelenandoci di tutto il loro orribile sapore, sono muri invalicabili che ci allontano in maniera spesso irreversibile.
Di solito.
Altre volte,
invece,
come questa volta,
sono cose preziose e per questo fragili.
Sono un regalo che facciamo a noi stessi.
Cose troppo belle per parlarne,
piccole magie che vogliamo accarezzare in segreto,
senza il bisogno di urlarle a nessun altro.
Oggi è una cosa bella quella di cui vorrei non parlare, su questa pagina.
In fondo è così importante dire qualsiasi cosa di sé?
Non è forse più importante vivere, semplicemente gustarsi fino in fondo ogni piccola felicità inattesa?
Certo, forse appare una riflessione bizzarra su una pagina il cui intento era quello di attaccare piccoli post it di qualche riga per ricordarsi che la felicità è una cosa semplice, fatta di piccolezze.
Bizzarra, ma non insensata.
Questa volta, il mio motivo di felicità lo voglio tacere.
Da qualche tempo sorrido come non accadeva da tempo.
Ho ricevuto un paio di orecchini che hanno una storia e le cose con una storia, sono le mie preferite.
Forse è per questo che mentre cammino cerco piccoli segni sull'asfalto, inciampo in pezzi di fogli scritti a mano o in cuori nascosti in pietre e foglie, frecce che mi suggeriscono la strada.
Lo sa chi mi conosce bene o lo sa anche chi mi sta conoscendo adesso e ha occhi aperti capaci di guardare.
Quando li indosso, non posso che pensare a quanto a volte la vita faccia mille giri e poi ci dia le risposte giuste, quelle che aspettavamo da tempo, sempre nel momento in cui ormai avevamo perso la forza per continuare a farci delle domande.
E così gli ultimi giorni dell'anno che si è appena chiuso, sono scivolati leggeri, scaldati dal tepore di questa certezza, sono stati giorni strani e felici.
Mentre l'anno nuovo si è aperto con il vento freddo sui colori del mare, quelli che amo più di tutto.
La spiaggia deserta ha un sapore diverso da ogni altra cosa: qualcuno lo trova malinconico, per me è semplicemente stupore dinnanzi alla bellezza.
E stupore è la sensazione che voglio custodire in questo inizio di anno, stupore e silenzio, tentando di scordare l'amaro del dopo festa.
Che sia un anno pieno di Vita e senza paura di danzare, che le ombre siano solo zone di contrasto per accendere ulteriormente lo splendore della luce, che ogni attimo sia vissuto nello stupore continuo.
Parole non dette come nuvole che corrono veloci dal finestrino del treno, come colori che si accendono improvvisi sotto un cielo minaccioso, come galleggiare impauriti su nel cielo grazie a una giostra, come un piccolo segreto custodito per non rovinarlo.
E anche un po' per scaramanzia,
forse.
https://www.youtube.com/watch?v=aGSKrC7dGcY
venerdì 10 novembre 2017
Giorno centodieci: una rinnovata promessa
Le promesse più importanti sono quelle
che facciamo a noi stessi.
Così scrivevo, esattamente un anno fa
sotto la foto di un anello in ambra al dito anulare, una piccola
promessa preziosa messa lì come un voto d'amore verso la me stessa
che stava affondando in acque troppo scure.
A volte ci si dimentica che solo se lo
desideriamo possiamo salvarci.
Così oggi, che di giorni ne sono
passati tanti, rifaccio la stessa foto, su quello stesso ponte.
Per ricordarmelo.
I rossi, i bruni e i gialli sono gli
stessi di quel novembre passato, ma questa volta l'ambra brilla sotto
il sole pulito del primo giorno di acqua dopo quasi tre mesi
ininterrotti di siccità, aria irrespirabile, polvere e aria sporca a
imbrattare la pelle.
In un anno sono accadute tante cose. Ho
aperto e abbandonato queste pagine, ho amato e perso, ho messo un
punto, sto provando ad andare a capo.
Non è stato facile.
Non è facile.
Però i piedi riprendono a camminare
con una strana fiducia, a volte saltellando leggeri tra pozzanghere grigie, a volte indugiando per chinarmi su qualche pezzo
di carta scolorito perso da un passante.
Nella stragrande maggioranza
dei casi si tratta di liste della spesa cancellate, per me restano
solo lettere d'amore che custodiscono storie da raccontare.
Ho questa stramba tendenza a fidarmi
degli sconosciuti.
Lo so, esporsi è pericoloso, affidarsi è un
rischio, cedere alla lusinga di un'ipotetica felicità è puerile e
alla mia età quasi sfiora il ridicolo.
C'è sempre un imprevisto dietro ogni
sorriso, ciò che sembra autentico un attimo dopo rivela tutta la sa
falsità in un interessato gioco di inganni.
Vorrei essere in grado di starne alla
larga,
ma
-mi chiedo-
avrebbe senso vivere corazzati
dietro spessi strati di protezione
per evitare il rischio del fallimento?
Le foglie sono un tappeto appiccicaticcio di macchie colorate, l'asfalto è quello di un carnevale anticipato,
sfoglio come un album di fotografie quest'ennesima mattinata di
quartiere, il ponte sul fiume è intriso di acqua e nebbia sottile.
Si tratta di un istante, appena di un
istante, mi chiedo se ne valga la pena, se invece non dovrei smettere
di sorridere alla musica che mi entra dentro passando dalle cuffiette
bianche al cuore fino ad arrivare alle caviglie.
Sono giorni di umido e caffè amari,
pasticcini e abbracci che invitano all'abbandono, sono notti di poco
sonno, di scarpe verdi bottiglia, giorni sgualciti dalla pioggia
tanto attesa, parole sacre dette (con troppa leggerezza?), parole a
cui non si vuol credere, parole in cui speri di poterti rifugiare,
parole che suonano come una carezza.
Sono giorni in cui torno a infilare il
mio anello al dito, rinnovo la promessa fatta a me stessa un anno fa
e cerco di restare in questo assaggio di bellezza di quasi inverno
galleggiando a occhi aperti verso un altro cielo.
Di questo nuovo salto nel vuoto voglio
pregustare solo il tuffo felice alla fine del volo.
venerdì 6 ottobre 2017
Giorno centonove: autunno dolciastro.
Questa storia che l'autunno è una stagione triste, io non l'ho mai capita.
Venerdì pomeriggio: esco da scuola con il solo desiderio di silenzio e solitudine dopo una giornata delirante di quelle che ti abbattono.
Ma oggi non voglio lasciarmi vincere dalla pigrizia: poso libri e cambio rapidamente vestiti, scendo a prendere la bici in cantina.
E non appena imbocco il viale del parco capisco di aver fatto la cosa migliore che potessi fare.
Pedalare è sempre curativo, ancor di più nei pomeriggi tiepidi di Ottobre quando la luce e i colori sembrano un abbraccio pronto ad accoglierti con delicatezza.
Il vento scuote gli alberi, una pioggia leggera di foglie accompagna questa parentesi sospesa.
La luce sul fiume è quella della sera che si avvicina disegnando controluce sagome e ombre.
Mi siedo sulla sponda destra del fiume e senza bisogno di altro mi abbandono a un attimo senza parole, senza suoni se non quello dei remi dei canottieri e dell'aria che passa tra le fronde.
Un ragazzo coi pantaloni verdi, poco più in là, legge un libro, passa un cane e mi guarda, una signora con un maglione aperto passeggia con un'amica, mi sfiorano biciclette di passaggio.
Sono qui, ma la mia casa è ovunque.
Scrivo veloce sui tasti e torna l'odore del caffè che mi hai appoggiato sul comodino sabato mattina, quando il piumino leggero mi tratteneva senza lasciarmi alzare. La casa ha ancora segni di te sparsi ovunque: hai scordato una maglietta, gli occhiali da sole, dei fogli. Quando ho visto il tuo sorriso spuntare dalla scala mobile della metropolitana ho ricordato che sei fatto di carne e non solo di parole. Ti ho stretto e in quell'abbraccio c'erano dentro tutti i giorni in cui andavo a dormire pensando all'acqua che colora i tuoi occhi, c'era la meravigliosa insensatezza di quello che siamo, ma soprattutto la perfezione di una carezza sulla tua nuca appena rasata, la fortuna di poterti guardare ancora da vicino.
Ho sorriso e sono ripartita sulla mia bici.
Dentro un pomeriggio d'autunno, in silenzio, la perfezione che non aspettavo.
Venerdì pomeriggio: esco da scuola con il solo desiderio di silenzio e solitudine dopo una giornata delirante di quelle che ti abbattono.
Ma oggi non voglio lasciarmi vincere dalla pigrizia: poso libri e cambio rapidamente vestiti, scendo a prendere la bici in cantina.
E non appena imbocco il viale del parco capisco di aver fatto la cosa migliore che potessi fare.
Pedalare è sempre curativo, ancor di più nei pomeriggi tiepidi di Ottobre quando la luce e i colori sembrano un abbraccio pronto ad accoglierti con delicatezza.
Il vento scuote gli alberi, una pioggia leggera di foglie accompagna questa parentesi sospesa.
La luce sul fiume è quella della sera che si avvicina disegnando controluce sagome e ombre.
Mi siedo sulla sponda destra del fiume e senza bisogno di altro mi abbandono a un attimo senza parole, senza suoni se non quello dei remi dei canottieri e dell'aria che passa tra le fronde.
Un ragazzo coi pantaloni verdi, poco più in là, legge un libro, passa un cane e mi guarda, una signora con un maglione aperto passeggia con un'amica, mi sfiorano biciclette di passaggio.
Sono qui, ma la mia casa è ovunque.
Scrivo veloce sui tasti e torna l'odore del caffè che mi hai appoggiato sul comodino sabato mattina, quando il piumino leggero mi tratteneva senza lasciarmi alzare. La casa ha ancora segni di te sparsi ovunque: hai scordato una maglietta, gli occhiali da sole, dei fogli. Quando ho visto il tuo sorriso spuntare dalla scala mobile della metropolitana ho ricordato che sei fatto di carne e non solo di parole. Ti ho stretto e in quell'abbraccio c'erano dentro tutti i giorni in cui andavo a dormire pensando all'acqua che colora i tuoi occhi, c'era la meravigliosa insensatezza di quello che siamo, ma soprattutto la perfezione di una carezza sulla tua nuca appena rasata, la fortuna di poterti guardare ancora da vicino.
Ho sorriso e sono ripartita sulla mia bici.
Dentro un pomeriggio d'autunno, in silenzio, la perfezione che non aspettavo.
martedì 26 settembre 2017
Giorno centootto: la mattina ha l'oro in bocca.
Autunno nel cielo grigiastro e nelle prime foglie che adornano i marciapiedi.
Contrariamente alla maggior parte della gente che reputa settembre un momento di triste ritorno alla realtà, per me questo è uno dei mesi preferiti con tutta la magia dei nuovi inizi, i colori che amo di più a dipingere le strade, il desiderio di interiorità, di casa e di tepore che tornano a farmi compagnia.
Normalmente al mattino dormo, quando posso o vado a lavorare, quando devo.
Oggi, invece, anche se me ne sarei restata a poltrire sotto al piumone leggero in attesa di dover iniziare il lavoro, una serie di noiose questioni mi hanno obbligata a scendere dal letto.
In realtà, a parte il dramma nello scoprire di aver finito il caffè, la mattinata mi ha regalato piacevoli sorprese.
Vivere la città di mattino presto ha un fascino tutto suo.
Un fascino che ha la bellezza della vita semplice di quartiere, quella che si snoda tra i bar frequentati dagli avventori abituali (il barista, custode di segreti e pettegolezzi è una figura mitica a metà tra un sacerdote, un amico e uno psicologo. Li conosce tutti i suo clienti, uno per uno e salutandoli quotidianamente per nome rinnova con loro un legame stretto, rinsalda un patto sottinteso fatto di commenti sussurrati e sguardi eloquenti davanti al caffè macchiato o al ristretto di ogni giorno) e i piccoli negozi che ancora sopravvivono al feroce avvento dei grandi centri commerciali, non luoghi privi d'identità disseminati un po' ovunque.
Mi piace osservare le facce di chi siede ai tavolini mentre bevo senza fretta un caffè, spiare gli anziani che tornano dal mercato coi loro carrelli della spesa pieni, il nonno con il nipote per mano, la fila interminabile alla posta, il ragazzo riccio tatuato che pulisce i vetri di un portone, il postino con il gilet giallo fluorescente.
Mi piacciono le bici appoggiate ai pali in attesa di qualcuno che le porti a fare un giro, chi cerca parcheggio senza esito, la farmacista che fuma una sigaretta davanti alla sua vetrina piena di prodotti per smettere di fumare.
Mi piace la quotidianità, perché è lì che giace lo straordinario.
No, non è questo che ci soffoca facendoci cadere nel circolo vizioso e annichilente dell'abitudine.
L'abitudine può essere poetica se non diventa scusa per fermarsi.
Mi piacciono le piccole cose, quelle che nessuno nota, quelle che per gli altri sono ovvie, scontate, invisibili.
Amo restituire loro l'importanza che hanno, perché in fondo, la felicità è fatta di cose semplici e sempre di più ne sono convinta.
Bevo il mio caffè, pensando a tutto questo.
E mi sento bene.
Senza motivi apparenti.
venerdì 1 settembre 2017
Giorno centosette: primo settembre.
Mi piacciono le gambe abbronzate di settembre e gli uomini che hanno il coraggio di non depilarsele,
mi piace il gelato crema di riso e pistacchio che prometto sempre a me stessa di non mangiare un giorno sì e l'altro pure, ovviamente senza tener fede alla mia promessa,
mi piace la luce netta di fine estate che taglia gli spazi dividendoli in infinite e fantasiose geometrie inusuali,
mi piacciono gli sconosciuti che leggono sulle panchine, quelli che leggono sugli autobus, quelli che leggono sotto gli alberi,
mi piacciono quelli che leggono,
ovunque,
mi piace pensare che settembre è tornato vestito da capodanno, come se davvero tutto dovesse ancora iniziare,
come se ogni cosa fosse da definire,
da scrivere,
da inventare,
mi piace tornare, ricominciare, prepararmi, immaginare ciò che verrà,
mi piace iniziare di nuovo ad andare a yoga, riprendere la piscina, accarezzare progetti che puntualmente resteranno tali ed imbastirne di nuovi che invece vedrò lentamente prendere forma,
mi piace perdermi nella mia città e nel perdermi trovarmi di fronte l'inattesa bellezza di un muro disegnato, mi piace non essere certa nel mio andare, perché nell'estrema sicurezza si cela l'impossibilità di inciampare, sperdersi, scoprire.
E mi guardo intorno
e mi accorgo che la mia vita è bella così com'è,
che io vado bene,
così come sono,
imperfetta,
inconcludente, sempre pronta a rimandare,
disorganizzata,
distratta,
ma anche sempre fedele alla mia meraviglia, per citare parole di Qualcuno che le sapeva usare nel modo giusto
e che forse,
in realtà,
tutto questa storia che l'amore, la coppia, la stabilità sentimentale, rappresentino la felicità estrema,
la sola felicità possibile e perfetta,
inizia a sembrarmi un po' una farsa messa su per calmare gli animi,
per anestetizzare i cuori,
per stabilire un ordine preconfezionato da rispettare senza desiderarlo davvero (o desiderandolo, in alcuni casi, o ancora sentendo la necessità di essere come tutti, per poi finire a camminare annoiati uno di fianco all'altro ma senza nemmeno ascoltarsi).
Io forse sono fatta per cose diverse,
imperfette,
incomplete,
strambe,
sottosopra,
che a raccontarle sembro una ragazzina,
che chi mi ascolta a volte sgrana gli occhi: " A te le cose normali non piacciono"?
E certo che mi piacciono, mi piacciono le cose semplici e lineari, le cose autentiche, ma straordinarie.
E a volte questo viene scambiato per infantilismo,
qualcuno pensa che io non voglia crescere,
ma per me è solo, ancora e di nuovo, restare fedele alla mia meraviglia,
rispondere solo al mio modo di essere,
restare vicina a quello che sono.
A costo di continuare a camminare sola sotto la bellissima luce di questo nuovo inizio.
Settembre ritorna,
dopo un Agosto di bianco e blu, di sale e ocra, di passi tra i vicoli, di bicchieri infranti, di parole lontane, di abbracci che mancano, di "noi" inattesi, di buoni propositi che questa volta ho deciso di abbandonare.
Mi sa davvero che va bene così.
Inaspettatamente.
mi piace il gelato crema di riso e pistacchio che prometto sempre a me stessa di non mangiare un giorno sì e l'altro pure, ovviamente senza tener fede alla mia promessa,
mi piace la luce netta di fine estate che taglia gli spazi dividendoli in infinite e fantasiose geometrie inusuali,
mi piacciono gli sconosciuti che leggono sulle panchine, quelli che leggono sugli autobus, quelli che leggono sotto gli alberi,
mi piacciono quelli che leggono,
ovunque,
mi piace pensare che settembre è tornato vestito da capodanno, come se davvero tutto dovesse ancora iniziare,
come se ogni cosa fosse da definire,
da scrivere,
da inventare,
mi piace tornare, ricominciare, prepararmi, immaginare ciò che verrà,
mi piace iniziare di nuovo ad andare a yoga, riprendere la piscina, accarezzare progetti che puntualmente resteranno tali ed imbastirne di nuovi che invece vedrò lentamente prendere forma,
mi piace perdermi nella mia città e nel perdermi trovarmi di fronte l'inattesa bellezza di un muro disegnato, mi piace non essere certa nel mio andare, perché nell'estrema sicurezza si cela l'impossibilità di inciampare, sperdersi, scoprire.
E mi guardo intorno
e mi accorgo che la mia vita è bella così com'è,
che io vado bene,
così come sono,
imperfetta,
inconcludente, sempre pronta a rimandare,
disorganizzata,
distratta,
ma anche sempre fedele alla mia meraviglia, per citare parole di Qualcuno che le sapeva usare nel modo giusto
e che forse,
in realtà,
tutto questa storia che l'amore, la coppia, la stabilità sentimentale, rappresentino la felicità estrema,
la sola felicità possibile e perfetta,
inizia a sembrarmi un po' una farsa messa su per calmare gli animi,
per anestetizzare i cuori,
per stabilire un ordine preconfezionato da rispettare senza desiderarlo davvero (o desiderandolo, in alcuni casi, o ancora sentendo la necessità di essere come tutti, per poi finire a camminare annoiati uno di fianco all'altro ma senza nemmeno ascoltarsi).
Io forse sono fatta per cose diverse,
imperfette,
incomplete,
strambe,
sottosopra,
che a raccontarle sembro una ragazzina,
che chi mi ascolta a volte sgrana gli occhi: " A te le cose normali non piacciono"?
E certo che mi piacciono, mi piacciono le cose semplici e lineari, le cose autentiche, ma straordinarie.
E a volte questo viene scambiato per infantilismo,
qualcuno pensa che io non voglia crescere,
ma per me è solo, ancora e di nuovo, restare fedele alla mia meraviglia,
rispondere solo al mio modo di essere,
restare vicina a quello che sono.
A costo di continuare a camminare sola sotto la bellissima luce di questo nuovo inizio.
Settembre ritorna,
dopo un Agosto di bianco e blu, di sale e ocra, di passi tra i vicoli, di bicchieri infranti, di parole lontane, di abbracci che mancano, di "noi" inattesi, di buoni propositi che questa volta ho deciso di abbandonare.
Mi sa davvero che va bene così.
Inaspettatamente.
venerdì 18 agosto 2017
Giorno centosei: Agosto in città.
Agosto in città è come la domenica sera.
La stessa malinconia ti assale vagando tra le strade deserte del centro, ma è una sensazione che può anche apparire dolce se ti lasci riempire dal silenzio inusuale della città assopita.
Sì, ad Agosto la città si addormenta, non è vero che muore, semplicemente impara altri ritmi: tutto scorre più lentamente, ogni angolo appare svuotato dai rumori e riemerge in una veste nuova.
Le vie di Torino tornano a correre parallele nel loro vuoto metafisico, nelle piazze fiorisce lo spazio perduto, i passi di qualche stanco turista si trascinano sull'asfalto bollente.
Agosto in città: croce e delizia che si ripete ogni anno.
Lenta processione di serrande abbassate su negozi silenziosi, persiane chiuse e appartamenti fantasmi (chissà verso quale meta saranno partiti i loro abitanti), anziani e disperati che popolano i giardini, l'estate che declina verso Settembre scolorendo nei suoi tramonti tiepidi.
Agosto in città è un atto di coraggio, si apprezza solo se davvero dentro di te è tutto a posto.
O se forse, una nuova felicità, si sta affacciando tra i giorni alleggerendo ogni ombra.
Io raramente riesco a bermelo tutto d'un fiato: qualche sorso tra una partenza e l'altra me lo fa apparire bello, imbevuto di un fascino solo suo.
Ma mentre lo dico mi attende una nuova valigia con le fauci spalancate e l'idea che al ritorno troverò il mio amato settembre dove ogni cosa ricomincia, dove un nuovo capodanno fuori luogo spalanca le sue braccia alle infinite possibilità di un ennesimo inizio.
https://www.youtube.com/watch?v=TGGOkp0VHac
La stessa malinconia ti assale vagando tra le strade deserte del centro, ma è una sensazione che può anche apparire dolce se ti lasci riempire dal silenzio inusuale della città assopita.
Sì, ad Agosto la città si addormenta, non è vero che muore, semplicemente impara altri ritmi: tutto scorre più lentamente, ogni angolo appare svuotato dai rumori e riemerge in una veste nuova.
Le vie di Torino tornano a correre parallele nel loro vuoto metafisico, nelle piazze fiorisce lo spazio perduto, i passi di qualche stanco turista si trascinano sull'asfalto bollente.
Agosto in città: croce e delizia che si ripete ogni anno.
Lenta processione di serrande abbassate su negozi silenziosi, persiane chiuse e appartamenti fantasmi (chissà verso quale meta saranno partiti i loro abitanti), anziani e disperati che popolano i giardini, l'estate che declina verso Settembre scolorendo nei suoi tramonti tiepidi.
Agosto in città è un atto di coraggio, si apprezza solo se davvero dentro di te è tutto a posto.
O se forse, una nuova felicità, si sta affacciando tra i giorni alleggerendo ogni ombra.
Io raramente riesco a bermelo tutto d'un fiato: qualche sorso tra una partenza e l'altra me lo fa apparire bello, imbevuto di un fascino solo suo.
Ma mentre lo dico mi attende una nuova valigia con le fauci spalancate e l'idea che al ritorno troverò il mio amato settembre dove ogni cosa ricomincia, dove un nuovo capodanno fuori luogo spalanca le sue braccia alle infinite possibilità di un ennesimo inizio.
https://www.youtube.com/watch?v=TGGOkp0VHac
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