domenica 16 febbraio 2025

Alfonso 1938 (giorno centodiciannove)

Alfonso 1938, così dice la scritta sulla t-shirt blu. 

Dentro quella maglietta un anziano ricurvo di ottantasette anni: capelli bianchi, andatura incerta eppure costante. Sembra fragilissimo, di vetro e sembra poter cadere da un momento all'altro. Invece i suoi piedi sono ben saldi per terra e un passo dopo l'altro pare non avvertire i chilometri che si sommano. 

Ho incontrato Alfonso al mio "debutto" nel mondo della corsa, poco più di un anno fa: prima di allora ero una di quelle persone che pensavano che correre non facesse per me. Ho scoperto tardi lo sport, sono stata una bambina senza danza (e si vede nella mia poca coordinazione), senza nuoto (ho imparato a nuotare a trentatré anni) o ginnastica ritmica. Mentre le mie amiche facevano i saggi, io stavo a casa a scrivere poesie e leggere libri (il cartolaio del mio quartiere sosteneva che il giorno in cui avessi smesso di comprare i libri da lui, il negozio avrebbe chiuso): lo so, suona un po' Leopardiano, peccato non poter vantare il suo genio nello scrivere versi, però. Poi, non so come mai, un giorno ho pensato che sarebbe stato interessante fare un salto nel vuoto e uscendo dalla mia zona di confort provare qualcosa di diverso; il caso ha voluto che m'imbattessi in un incredibile gruppo di corsa di sole donne e la mia stramba sperimentazione ha avuto inizio. 

La prima volta che corri hai la certezza che morirai dopo qualche metro. Il corpo non è abituato a uno sforzo costante e così prolungato anche se io m'illudevo di essere allenata perché ho sempre camminato molto (pratica che spesso mi allontana dalle persone che non riescono a capirne il motivo). Tuttavia, poco alla volta il cuore sembra adattarsi allo sforzo e i polmoni imparano a fare il loro lavoro. 

All'inizio correvo in silenzio, non ero in grado di parlare. Correvo alternando i minuti di corsi a quelli di camminata veloce e mi chiedevo come facessero gli altri -tutte quelle persone che incrociavo- a correre senza mai fermarsi, per dieci, venti, trenta minuti di seguito o magari anche di più. Curioso e sorprendente scoprire che da lì a poco sarei riuscita a farlo anche io. 

La prima cosa che la corsa mi ha insegnato è che in moltissimi casi i limiti che abbiamo (o crediamo di avere) li creiamo proprio noi. Mentre macinavo i miei primi minuti di corsa (che poco alla volta diventavano sempre di più) scoprivo che la mia testa diceva "non puoi" mentre il mio corpo, sorprendendomi, mi chiedeva di continuare sempre un po' di più. E così, a forza di uscire ad allenarmi, anche con il freddo, con la pioggia, anche quando la stanchezza della giornata sembra volermi legare al divano, ho scoperto che per crescere e migliorare in qualcosa è necessario mettersi alla prova e spostare sempre un po' di più l'asticella della competizione con noi stessi. Per creare un'abitudine ci vogliono mesi, costanza e disciplina, ma una volta che qualcosa ti entra dentro è molto difficile smettere, soprattutto quando la sensazione che provi dopo la fatica è l'euforia.

Oggi ho corso la mia quinta o sesta gara, o almeno così credo. L'emozione è sempre la stessa, così come il timore di non riuscire a finire, di arrendersi a metà percorso o forse anche prima. La sveglia alle sei e mezza alla domenica mattina per me è una tragedia, soprattutto in inverno, per non parlare del trauma nel momento di dover uscire in maglietta termica e poco più con uno o due gradi, le mani che si congelano e nella testa la solita domanda " Ma chi me lo ha fatto fare?"Raccolgo tutte le pettorine delle gare in una cartellina con la data e il tempo impiegato per arrivare al traguardo. Oggi mi sento orgogliosa perché i miei tempi sono sempre migliorati e di certo non è l'orgoglio di un' atleta che non sono, ma quello di una persona che solo un anno fa era certa di non poter correre per più di tre minuti consecutivi. 

Mentre percorrevo l'ultimo chilometro (in salita, una bella salita ripida! Che bel regalo ci hanno fatto gli organizzatori del percorso!) ero certa di non farcela, ma poi mi è venuto in mente Alfonso che avevo incontrato alla partenza: Alfonso è una sorta di stella polare, un mentore, un maestro, l'esempio di cui tutti noi abbiamo bisogno, la prova che a volte bisogna solo credere in noi stessi e non smettere mai di provarci. Forse solo così potremo dire di aver vinto, di essere arrivati primi sul podio, il nostro podio personale dove gareggiamo solo con noi stessi, con la consapevolezza di essere stati abbastanza così come siamo. 

https://www.youtube.com/watch?v=va39Y2IPZPE

#Alfonso #correre #running #spostareillimite #youareenough #competizioneconsestessi

mercoledì 13 gennaio 2021

Pace (giorno centodiciotto)

Pace è una parole bellissima e per ognuno di noi significa qualcosa di diverso.

Per me la pace, quella vera, arriva quando dopo essermi trascinata senza forze tra le ultime faccende non rimandabili (vedi alla voce scopare via le briciole dopo cena, stendere il bucato che è ormai fermo in lavatrice da mezz'ora, lavare i miei pochi piatti e cose di questa portata) mi dirigo in bagno e mi arrendo al fatto che dovrò struccarmi anche stasera combattendo con tutta la mia forza contro l'acerrimo nemico: la pigrizia che in questa specifica occasione raggiunge uno dei punti più alti di tutta la giornata  (non so se sia peggio questo o il dover scendere dal letto la mattina!). Così, solo dopo questa prova di estremo eroismo, finalmente libera posso infilarmi il pigiama e mettermi sotto al piumone.

Nel letto non riesco quasi più a guardare serie o film, un po' perché ultimamente non c'è nulla che mi attragga particolarmente e un po' perché anche se la pensione è ancora lontana, tra qualche mese entrerò nei quaranta, quell'età misteriosa a partire dalla quale pare sia piuttosto improbabile riuscire a vedere qualcosa senza addormentarsi a meno di non essere in una sala cinematografica (ma per questo, ahimè, dovremo aspettare ancora un tempo indefinito!) 

Mi metto nel letto, assaporo la libertà della mia faccia senza trucco, dei mie vestiti comodi, il calore dei  gatti che vengono a tenermi compagnia e leggo, o almeno ci provo. Dico ci provo perché da tempo non mi capita di venire rapita e trasportata in quella dimensione simile alla tossicodipendenza che solo una lettura coinvolgente sa provocare. I bei libri, lo sappiamo tutti, sono quelli da cui non riesci a staccarti nemmeno un istante, quelli che ti porti ovunque e che se non hai un secondo per aprirli trovi una scusa per farlo, anche a costo di rinunciare ad altro. Il problema poi, non è solo questo, ma la mia insana tendenza a distrarmi quando arriva una notifica sul telefono, motivo per cui il solo modo per poter sperimentare la pace di cui vi parlo è disconnettermi da qualunque maledetto aggeggio elettronico e immergermi tra le pagine.

La pace, dicevo, ecco, la pace vera per me è tutta racchiusa in questo momento. 

Quindi adesso spegnerò il portatile, accenderò le due abat-jour e appoggerò i cuscini contro la spalliera, allungherò la mano verso il comodino e preso l'ultimo libro che mi sta tenendo compagnia da due sere a questa parte mi godrò anche oggi il mio momento di pace perfetta. 




lunedì 22 giugno 2020

Giorno centodiciassette: Il mattino ha l'oro in bocca!

Sono una dormigliona.
Amo dormire, rotolarmi nel letto fino a tardi, alzarmi senza sveglie fastidiose, rotolare lentamente verso il primo caffè della giornata e riprendere il contatto con la realtà senza troppi contatti umani, o meglio, senza troppe parole, perché i baci e le carezze invece mi piacciono parecchio.
Però, stamattina, così come alcune altre mattine in queste ultime settimane, mi sono dovuta alzare "presto" per motivi -ovviamente- non dipendenti dalla mia volontà e ho scoperto con grande sorpresa che questa sveglia che avevo inizialmente maledetto è stata in realtà un regalo inatteso.

Approfittando del fatto di esser in piedi prima delle dieci, ho realizzato, ad esempio, che la città si sveglia molto prima di me (...) e che mentre io mi trascino ancora in stato di semi-incoscienza tra le strade del mio quartiere nascondendo gli occhi infastiditi dalla luce dietro un paio di enormi occhiali da sole, intorno tutto vive: il profumo di caffè e brioche mi prende alla sprovvista passando davanti al bar, la signora del negozio di alimentari sta sistemando la merce sugli scaffali, il panettiere ha esposto le sue irresistibili pizzette e salatini in vetrina, gli operai lavorano a pieno ritmo sulla strada.

Decido allora di approfittarne per fare una capatina al mercato e scopro che amo follemente:

- chiacchierare con i venditori di argomenti superflui

- l'odore dei sacchetti di carte riempiti di frutta e verdura
- la frutta imperfetta ma saporita che porterò in tavola

-curiosare nella bancarella dell'usato (ma questo lo sapevo già!)

-caricare il cestino della bici con la spesa e respirare il sole in faccia mentre pedalo verso casa.

Forse allora è vero che il mattino ha l'oro in bocca, il mattino è stupendo perché di solito è il momento in cui sono a lavoro e raramente mi capita la fortuna di vivere la mia città, di respirarla e conoscere anche questo suo lato che mi mette inaspettatamente di buonumore.
Cercherò di ricordarmelo la prossima volta che non avrò la forza di alzarmi, magari domani replico, o forse ...meglio dopodomani!


mercoledì 18 marzo 2020

Giorno centosedici: Una moderna resistenza partigiana

Una mattina
mi sono alzata...
qualche raggio luminoso si insinua tiepido dalla finestra, così ho aperto le imposte e ho guardato il cielo di un azzurro chiaro e disteso. Mi sono messa una maglia sulle spalle e sono tornata fuori a sedermi nei miei pochissimi metri quadrati di sole. Ho respirato profondamente: l'aria è profumata, sa di primavera, in fondo alla via i primi ciliegi sono esplosi carichi di fiori bianchi, pochissimi rumori di macchine, il canto di qualche uccello, un gatto nero affacciato alla finestra di fronte, al piano di sotto armeggiano con la caffettiera, il mio gatto salta sul tavolino e viene a strofinarmi il muso sul viso, c'è un vento lieve. 
Una bellezza così perfetta non la vivevo da tanto tempo.
Sembra tutto sospeso, in un tempo senza tempo.
Respiro e mi bevo questo istante.
Voglio che resti per sempre impresso dentro di me, anche quando tutto sarà finito, voglio che mi ricordi di vivere a fondo ogni momento, di restare nel presente.
"Facciamo una moderna resistenza partigiana" c'è scritto sul cartello nella vetrina del tabaccaio. Sono uscita a comprare frutta e verdura e per andare in edicola.
La mia resistenza è fatta di peperoni, taralli e un quotidiano.
Dentro casa il lavoro occupa la maggior parte del mio tempo.
Tento -alternando successi a fallimenti- di scandire le mie giornate intervallando il lavoro con lo yoga, qualche lettura, le videochiamate con chi amo e non posso abbracciare, un film, gli addominali, il teatro, qualche minuto di meditazione, ricette nuove in cucina. Cerco di dare un senso a tutto questo, anche se per ora non sempre ci riesco. Stappo una bottiglia di vino a cena e brindo con me stessa. Poi chiudo tutto e mi metto a letto. I gatti si vengono a stendere ai miei piedi, si appoggiano alle gambe e io inizio a pensare a quando potrò di nuovo camminare. Sarà un lungo cammino per celebrare la libertà, un cammino di gratitudine. Credo che percorrerò tutti i km che mi mancano per arrivare a Santiago. Sapevo che avrei dovuto aspettare per terminarlo, l'ho sempre detto quando lo raccontavo a chi mi chiedeva: "Deve arrivare il momento giusto". Ecco, ora so che è arrivato. 
Facciamo una moderna resistenza partigiana. 
Sorrido.


venerdì 6 dicembre 2019

Giorno centoquindici: venerdì mattina

Questa mattina mi sono svegliata in un abbraccio, con il caffè a letto e i vetri appannati:
dalla finestra filtrava l'oro magico delle mattine di sole di Dicembre -il freddo si riconosce dalla sua luce prima che dalle mani e dalle guance gelate-.
Sono uscita, mi sono fermata a prendere un secondo caffè al bar, persa nei discorsi degli sconosciuti, ho ritirato un pacco in posta e tornando verso casa mi sono imbattuta in un gesto che ormai sa di antico: un anziano che imbucava una lettera e mi sono ritornate in mente tutte le lettere che ho spedito anni fa', l'attesa nel ricevere la risposta, l'emozione nel prender tra le mani la busta quando appariva per incanto nella buca, la bellezza del momento in cui la si apriva - sempre strappando qualche pezzetto di carta- e la si leggeva e rileggeva, fino a quando la si sapeva a memoria.
Che bello sarebbe ricevere di nuovo una lettera!

Oggi, comunque è venerdì, il giorno più bello della settimana e io ho mille motivi per essere felice.






venerdì 8 novembre 2019

Giorno centoquattordici: fare di necessità virtù (come ti trasformo quattro giorni di malattia in una risorsa preziosa)

Stare a casa quando si è malati, stare a casa quando a lavoro hai miliardi di cose da fare e l'ultima cosa che desideri è doverle rimandare, insomma: stare a casa quando non si vorrebbe.

Ecco come a volte sono le circostanze a decidere per noi, ma non tutti i mali vengono per nuocere! (Sì, in questo mio ritorno dopo più di un anno di silenzio mi sento piuttosto innamorata dei detti popolari e dei proverbi, come avrete potuto notare)!

Reduce da quattro giorni di reclusione forzata per via di una noiosa influenza con febbre, mi ritrovo in realtà a tirare le somme di questo tempo sottratto ai ritmi frettolosi della quotidianità e a sentirmi inaspettatamente soddisfatta e felice.
Ho approfittato di questa parentesi per dedicarmi a tutto quello che solitamente quando ho tempo rimando -perché preferisco fare cose più interessanti- e quando non ho tempo non faccio, per ovvie ragioni.

Ecco quindi che le noiose mattinate e i pomeriggi interminabili diventano felici quando, in ordine sparso:
- decidi che è arrivato il momento di sistemare le foto dei tuoi viaggi degli ultimi tre anni.
Ebbene sì, in una delle centinaia di liste di buoni propositi che avevo stilato negli scorsi anni compariva la voce "Stampare foto delle vacanze e creare degli album ricordo". Devo ammettere che ci ho messo un po' ad onorare questo impegno che avevo preso, ma come si suol dire: meglio tardi che mai! Ora ho ben due album che sfoglio provando un piacere che avevo scordato da quando non stampavo più le foto. Finalmente ho dato un corpo tangibile ai miei ricordi, tornare a scorrere quelle pagine nere mentre osservo ogni immagine e i momenti che raccontano è un privilegio che va difeso, contro l'insana tendenza a lasciare che tutto si perda nell'impalpabile mondo del digitale.
- metti in ordine i cassetti che contengono collane, orecchini, braccialetti, anelli e le centinaia di accessori che il mio comò di accumulatrice seriale -disordinata-contiene da anni. Ogni cassetto custodisce i bottini delle mie incursioni nei mercatini dell'usato, gli scambi con le amiche, i regali portati da viaggi in luoghi lontani, uno scrigno di pezzi unici che servono a definire il mio modo di essere e che meritava di ritrovare un suo ordine dignitoso.
- finisci un libro che ti faceva compagnia da mesi sul comodino e ne inizi addirittura uno nuovo ("Una donna in bilico" di Lucia Etxebarrìa).
- riesci a guardare ben tre puntate della tua serie preferita.
-acquisti online i primi regali di Natale per i tuoi amici e quella stampa che desideravi da mesi per appenderla sopra al letto.
- puoi coccolare i tuoi gatti per un tempo illimitato.
-programmi il lavoro da svolgere in classe per tutta la settimana in modo da essere libera di goderti il sabato e la domenica.
-sperimenti nuovi piatti in cucina (vedi alla voce "Pennette alla crema di peperoni e olive taggiasche")
-ritorni a scrivere sul tuo blog dal quale mancavi da troppo tempo.

Insomma, eccomi di nuovo piena di entusiasmo per essere tornata su questa pagina e per poter raccontare tutte le cose belle per cui vale la pena essere felici, tutti quei piccoli e apparentemente insignificanti dettagli per cui anche oggi abbiamo sorriso, seppure per un solo istante.

ps Questa volta, però voglio essere realista, perché gli obiettivi devono essere realizzabili: non riuscendo a garantire di poter scrivere un post al giorno cercherò comunque di scrivere il più possibile e come obiettivo minimo direi che può andar bene quello di un post alla settimana...pensate che mi leggerete lo stesso?





martedì 11 settembre 2018

Giorno cento tredici: la caffettiera della sera prima (ovvero i soliti buoni propositi di settembre).

La luce di Settembre è la più bella, è quella perfetta per tornare a vivere.

Sono una creatura autunnale.

Mi piace la dolcezza con cui i colori diventano più tenui perdendo la sfacciataggine soffocante e gridata di Agosto, mi piace tirar fuori dall'armadio il golfino per i primi freddi delle otto di mattina, guardarmi intorno e vedere che ogni cosa si sta preparando per tornare a riposare, a raccogliersi, a chiudersi in un pomeriggio caldo sotto il plaid a leggere o guardare film.

E come ogni Settembre  - ennesimo atteso capodanno- metto un punto e vado a capo.

A settembre poto rami, chiudo situazioni, ne apro di nuove.

L'autunno è per me il momento in cui torno a guardami dentro, a fare il punto della situazione, a fare liste, tante liste, di cose da fare.
Ecco, dalle esperienze passate ho imparato che con le liste dei buoni propositi non bisogna esagerare, non bisogna farne troppe e che soprattutto gli obiettivi devono essere chiari, pochi e raggiungibili.

Così anche questo settembre ho stilato la mia banalissima lista delle cose da fare che suona più o meno così:

- ricordarsi di preparare la caffettiera per il giorno seguente prima di andare a dormire
-tornare a dedicare del tempo alle cose che amo come la scrittura e la fotografia
-possibilmente provare a farne se non un lavoro, qualcosa di simile
-trovare tempo per andare in piscina
-non perdermi di vista.

Tra tutti questi buoni propositi, i più importanti sono certamente il primo e l'ultimo.
Il primo, in primis (non per niente apre la lista)!

Ho sempre un grande entusiasmo per le cose che cominciano, ho mille idee, vivo come ubriaca di passione i primi momenti in cui l'intuizione creativa si affaccia sulla soglia del cuore, ma poi poco per volta perdo lo stimolo, sono inconcludente e i miei sogni rimangono nel cassetto a far la muffa.
Ecco, questo non vorrei più che accadesse.
Perché i sogni vanno custoditi, alimentati e poi devono prender forma e per renderli tangibili serve tanta costanza, ciò che in assoluto mi manca.
Sono disorganizzata, inconcludente e regina della procrastinazione, questa è la peggior malattia che affligge il mio sistema creativo, il morbo che uccide l'artista che è in me.
Devo imparare a prendermi cura delle mie idee a non abbandonarle dopo averle intraviste splendermi davanti, devo imparare l'abitudine e l'assiduità.
Così mi sottopongo a questo piccolo esercizio quotidiano: mi preparo la caffettiera per la mattina successiva.
Pare una sciocchezza, eppure a me costa la stessa fatica che costava a Sisifo riportare su per la montagna il suo pesantissimo masso.

Sull'ultimo punto c'è ben poco da dire.
L'ultimo punto si nutre della forza che scaturisce dal primo: imparare la costanza, smettere di precludermi opportunità, credere di più nei miei doni, essere la mia priorità.

Sempre.
(Almeno fino alla prossima lista).






lunedì 16 aprile 2018

Giorno centododici: il cielo.

Giorno centododici.
Questa mattina ho aperto le imposte e ho sorriso nel ritrovare il cielo, dopo giorni di grigio e assenza di colore.

Sono metereopatica e purtroppo vivo in un posto dove il clima non è molto clemente.
Ma di una cosa mi sto accorgendo: a volte il grigio lo vediamo noi, anche quando non c'è.

Voltandomi, ho incontrato il mio viso nello specchio e mi è scappato un sorriso.
Già, per la prima volta dopo qualche giorno malinconico.
Quel sorriso era per me, prima che per chiunque altro, perché ho capito che è arrivato il momento di crescere, di scegliere di fidarsi, di abbandonarsi, ho capito che il passato non deve più avere il potere di rovinare il presente.

Viviamo qui, adesso e questo è tutto ciò che abbiamo.
Siamo distratti, ce ne dimentichiamo spesso.
Ma non è poco.

lI cielo di questa mattina mi ha ricordato che anche i gomitoli di fumo più nero possono dissolversi se solo noi sappiamo vedere oltre, se solo riusciamo a lasciarci andare ed esser grati per quello che abbiamo, invece di ossessionarci con quello che ci manca o che presumiamo ci manchi.

Così, con questo pensiero lieve, ho incontrato di nuovo il mio viso nello specchio del bagno e stavolta ho sorriso, ma a tutte quelle persone speciali che mi sanno stare accanto nonostante le mie imperfezione e fragilità.
È anche grazie a loro se oggi posso dire di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo su di me ed è la loro presenza che mi aiuta a rialzarmi quando cado.
Non è facile essere all'altezza dei nostri sogni, però ce lo dobbiamo.

Ho indossato il cappotto rosso e attraversato la strada con un colore nuovo negli occhi.
Nel cammino verso il lavoro i primi boccioli di un verde tenero iniziano ad affacciarsi sui rami ancora spogli: è la forza di ciò che torna a riempire di vita i vuoti dell'inverno.

Basta aprirsi ed accogliere quello che arriva.

Il cielo questa mattina mi sussurrava questo: sorridi, non hai motivo di temere la primavera.

                                 
https://www.youtube.com/watch?v=_xQdgjq5P6s




giovedì 4 gennaio 2018

Giorno centoundici: enjoy the silence.

Quattro Gennaio Duemiladiciotto.

Ho sempre amato i numeri pari, li trovo armoniosi, eleganti, perfetti.

Quattro gennaio, potrebbe essere quello di un anno qualunque, in realtà: stessi pomeriggi passati a giocare su un tavolo da cucina, stesse cene infinite e passeggiate intorno a casa per tornare a respirare, stessi regali scartati e lasciati a farmi compagnia sul tavolino del soggiorno per un po', così, per il gusto di avere qualcosa di nuovo davanti agli occhi. Spesso si tratta di libri, a volte sono quaderni, collane o sciarpe.

Quattro gennaio, il freddo che si insinua sotto la gonna e la voglia che sia subito primavera, che di nebbia e cieli uggiosi ne hai abbastanza.
Il primo vento profumato di cambiamento.
La lista dei buoni propositi -che quest'anno ho saltato fingendo di essermene scordata-, la sera di capodanno con gli amici, le promesse a noi stessi che questa volta saremo migliori, il vino, le risate.

Ogni anno soffro di una specie di sindrome da festività: dopo l'euforia indotta arriva inevitabilmente il senso di vuoto lasciato dalle cose che finiscono e la voglia di colmarlo con qualcosa.

Pensavo, riflettevo: a volte la felicità può far paura.
Può far paura perché non ce la ricordavamo,
perché non ci siamo più abituati,
perché temiamo che finisca da un momento all'altro.

Ma a poco, anzi a nulla, serve tentare di mettere il cuore al sicuro.

Non resta che respirarla tutta, berla in un sorso, gustarla sul palato prima di mandarla giù.

Quest'anno la mia felicità ha un sapore diverso, ha il sapore delle cose non dette.

Proprio così, perché le cose non dette, di solito, sono pesanti fardelli che ci portiamo dentro, sono bocconi amari che scegliamo di gustare da soli avvelenandoci di tutto il loro orribile sapore, sono muri invalicabili che ci allontano in maniera spesso irreversibile.

Di solito.

Altre volte,

invece,

come questa volta,
sono cose preziose e per questo fragili.

Sono un regalo che facciamo a noi stessi.
Cose troppo belle per parlarne,
piccole magie che vogliamo accarezzare in segreto,
senza il bisogno di urlarle a nessun altro.

Oggi è una cosa bella quella di cui vorrei non parlare, su questa pagina.

In fondo è così importante dire qualsiasi cosa di sé?
Non è forse più importante vivere, semplicemente gustarsi fino in fondo ogni piccola felicità inattesa?
Certo, forse appare una riflessione bizzarra su una pagina il cui intento era quello di attaccare piccoli post it di qualche riga per ricordarsi che la felicità è una cosa semplice, fatta di piccolezze.

Bizzarra, ma non insensata.

Questa volta, il mio motivo di felicità lo voglio tacere.

Da qualche tempo sorrido come non accadeva da tempo.

Ho ricevuto un paio di orecchini che hanno una storia e le cose con una storia, sono le mie preferite.
Forse è per questo che mentre cammino cerco piccoli segni sull'asfalto, inciampo in pezzi di fogli scritti a mano o in cuori nascosti in pietre e foglie, frecce che mi suggeriscono la strada.
Lo sa chi mi conosce bene o lo sa anche chi mi sta conoscendo adesso e ha occhi aperti capaci di guardare.
Quando li indosso, non posso che pensare a quanto a volte la vita faccia mille giri e poi ci dia le risposte giuste, quelle che aspettavamo da tempo, sempre nel momento in cui ormai avevamo perso la forza per continuare a farci delle domande.

E così gli ultimi giorni dell'anno che si è appena chiuso, sono scivolati leggeri, scaldati dal tepore di questa certezza, sono stati giorni strani e felici.
Mentre l'anno nuovo si è aperto con il vento freddo sui colori del mare, quelli che amo più di tutto.
La spiaggia deserta ha un sapore diverso da ogni altra cosa: qualcuno lo trova malinconico, per me è semplicemente stupore dinnanzi alla bellezza.

E stupore è la sensazione che voglio custodire in questo inizio di anno, stupore e silenzio, tentando di scordare l'amaro del dopo festa.

Che sia un anno pieno di Vita e senza paura di danzare, che le ombre siano solo zone di contrasto per accendere ulteriormente lo splendore della luce, che ogni attimo sia vissuto nello stupore continuo.

Parole non dette come nuvole che corrono veloci dal finestrino del treno, come colori che si accendono improvvisi sotto un cielo minaccioso, come galleggiare impauriti su nel cielo grazie a una giostra, come un piccolo segreto custodito per non rovinarlo.

E anche un po' per scaramanzia,
forse.


https://www.youtube.com/watch?v=aGSKrC7dGcY















venerdì 10 novembre 2017

Giorno centodieci: una rinnovata promessa

Le promesse più importanti sono quelle che facciamo a noi stessi.
Così scrivevo, esattamente un anno fa sotto la foto di un anello in ambra al dito anulare, una piccola promessa preziosa messa lì come un voto d'amore verso la me stessa che stava affondando in acque troppo scure.

A volte ci si dimentica che solo se lo desideriamo possiamo salvarci.
Così oggi, che di giorni ne sono passati tanti, rifaccio la stessa foto, su quello stesso ponte.
Per ricordarmelo.

I rossi, i bruni e i gialli sono gli stessi di quel novembre passato, ma questa volta l'ambra brilla sotto il sole pulito del primo giorno di acqua dopo quasi tre mesi ininterrotti di siccità, aria irrespirabile, polvere e aria sporca a imbrattare la pelle.
In un anno sono accadute tante cose. Ho aperto e abbandonato queste pagine, ho amato e perso, ho messo un punto, sto provando ad andare a capo.

Non è stato facile.
Non è facile.

Però i piedi riprendono a camminare con una strana fiducia, a volte saltellando leggeri tra pozzanghere grigie, a volte indugiando per chinarmi su qualche pezzo di carta scolorito perso da un passante. 
Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di liste della spesa cancellate, per me restano solo lettere d'amore che custodiscono storie da raccontare.

Ho questa stramba tendenza a fidarmi degli sconosciuti. 
Lo so, esporsi è pericoloso, affidarsi è un rischio, cedere alla lusinga di un'ipotetica felicità è puerile e alla mia età quasi sfiora il ridicolo.
C'è sempre un imprevisto dietro ogni sorriso, ciò che sembra autentico un attimo dopo rivela tutta la sa falsità in un interessato gioco di inganni.

Vorrei essere in grado di starne alla larga,
ma
-mi chiedo-
avrebbe senso vivere corazzati
dietro spessi strati di protezione
per evitare il rischio del fallimento?

Le foglie sono un tappeto appiccicaticcio di macchie colorate, l'asfalto è quello di un carnevale anticipato, sfoglio come un album di fotografie quest'ennesima mattinata di quartiere, il ponte sul fiume è intriso di acqua e nebbia sottile.
Si tratta di un istante, appena di un istante, mi chiedo se ne valga la pena, se invece non dovrei smettere di sorridere alla musica che mi entra dentro passando dalle cuffiette bianche al cuore fino ad arrivare alle caviglie.

Sono giorni di umido e caffè amari, pasticcini e abbracci che invitano all'abbandono, sono notti di poco sonno, di scarpe verdi bottiglia, giorni sgualciti dalla pioggia tanto attesa, parole sacre dette (con troppa leggerezza?), parole a cui non si vuol credere, parole in cui speri di poterti rifugiare, parole che suonano come una carezza.
Sono giorni in cui torno a infilare il mio anello al dito, rinnovo la promessa fatta a me stessa un anno fa e cerco di restare in questo assaggio di bellezza di quasi inverno galleggiando a occhi aperti verso un altro cielo.

Di questo nuovo salto nel vuoto voglio pregustare solo il tuffo felice alla fine del volo.














venerdì 6 ottobre 2017

Giorno centonove: autunno dolciastro.

Questa storia che l'autunno è una stagione triste, io non l'ho mai capita.

Venerdì pomeriggio: esco da scuola con il solo desiderio di silenzio e solitudine dopo una giornata delirante di quelle che ti abbattono.
Ma oggi non voglio lasciarmi vincere dalla pigrizia: poso libri e cambio rapidamente vestiti, scendo a prendere la bici in cantina.
E non appena imbocco il viale del parco capisco di aver fatto la cosa migliore che potessi fare.

Pedalare è sempre curativo, ancor di più nei pomeriggi tiepidi di Ottobre quando la luce e i colori sembrano un abbraccio pronto ad accoglierti con delicatezza.
Il vento scuote gli alberi, una pioggia leggera di foglie accompagna questa parentesi sospesa.
La luce sul fiume è quella della sera che si avvicina disegnando controluce sagome e ombre.
Mi siedo sulla sponda destra del fiume e senza bisogno di altro mi abbandono a un attimo senza parole, senza suoni se non quello dei remi dei canottieri e dell'aria che passa tra le fronde.
Un ragazzo coi pantaloni verdi, poco più in là, legge un libro, passa un cane e mi guarda, una signora con un maglione aperto passeggia con un'amica, mi sfiorano biciclette di passaggio.

Sono qui, ma la mia casa è ovunque.
Scrivo veloce sui tasti e torna l'odore del caffè che mi hai appoggiato sul comodino sabato mattina, quando il piumino leggero mi tratteneva senza lasciarmi alzare. La casa ha ancora segni di te sparsi ovunque: hai scordato una maglietta, gli occhiali da sole, dei fogli. Quando ho visto il tuo sorriso spuntare dalla scala mobile della metropolitana ho ricordato che sei fatto di carne e non solo di parole. Ti ho stretto e in quell'abbraccio c'erano dentro tutti i giorni in cui andavo a dormire pensando all'acqua che colora i tuoi occhi, c'era la meravigliosa insensatezza di quello che siamo, ma soprattutto la perfezione di una carezza sulla tua nuca appena rasata, la fortuna di poterti guardare ancora da vicino.

Ho sorriso e sono ripartita sulla mia bici.
Dentro un pomeriggio d'autunno, in silenzio, la perfezione che non aspettavo.









martedì 26 settembre 2017

Giorno centootto: la mattina ha l'oro in bocca.

Autunno nel cielo grigiastro e nelle prime foglie che adornano i marciapiedi.
Contrariamente alla maggior parte della gente che reputa settembre un momento di triste ritorno alla realtà, per me questo è uno dei mesi preferiti con tutta la magia dei nuovi inizi, i colori che amo di più a dipingere le strade, il desiderio di interiorità, di casa e di tepore che tornano a farmi compagnia.

Normalmente al mattino dormo, quando posso o vado a lavorare, quando devo.

Oggi, invece, anche se me ne sarei restata a poltrire sotto al piumone leggero in attesa di dover iniziare il lavoro, una serie di noiose questioni mi hanno obbligata a scendere dal letto.
In realtà, a parte il dramma nello scoprire di aver finito il caffè, la mattinata mi ha regalato piacevoli sorprese.

Vivere la città di mattino presto ha un fascino tutto suo.
Un fascino che ha la bellezza della vita semplice di quartiere, quella che si snoda tra i bar frequentati dagli avventori abituali (il barista, custode di segreti e pettegolezzi è una figura mitica a metà tra un sacerdote, un amico e uno psicologo. Li conosce tutti i suo clienti, uno per uno e salutandoli quotidianamente per nome rinnova con loro un legame stretto, rinsalda un patto sottinteso fatto di commenti sussurrati e sguardi eloquenti davanti al caffè macchiato o al ristretto di ogni giorno) e i piccoli negozi che ancora sopravvivono al feroce avvento dei grandi centri commerciali, non luoghi privi d'identità disseminati un po' ovunque.
Mi piace osservare le facce di chi siede ai tavolini mentre bevo senza fretta un caffè, spiare gli anziani che tornano dal mercato coi loro carrelli della spesa pieni, il nonno con il nipote per mano, la fila interminabile alla posta, il ragazzo riccio tatuato che pulisce i vetri di un portone, il postino con il gilet giallo fluorescente. 
Mi piacciono le bici appoggiate ai pali in attesa di qualcuno che le porti a fare un giro, chi cerca parcheggio senza esito, la farmacista che fuma una sigaretta davanti alla sua vetrina piena di prodotti per smettere di fumare.

Mi piace la quotidianità, perché è lì che giace lo straordinario.
No, non è questo che ci soffoca facendoci cadere nel circolo vizioso e annichilente dell'abitudine. 
L'abitudine può essere poetica se non diventa scusa per fermarsi. 
Mi piacciono le piccole cose, quelle che nessuno nota, quelle che per gli altri sono ovvie, scontate, invisibili.
Amo restituire loro l'importanza che hanno, perché in fondo, la felicità è fatta di cose semplici e sempre di più ne sono convinta.

Bevo il mio caffè, pensando a tutto questo.
E mi sento bene. 
Senza motivi apparenti.








venerdì 1 settembre 2017

Giorno centosette: primo settembre.

Mi piacciono le gambe abbronzate di settembre e gli uomini che hanno il coraggio di non depilarsele,
mi piace il gelato crema di riso e pistacchio che prometto sempre a me stessa di non mangiare un giorno sì e l'altro pure, ovviamente senza tener fede alla mia promessa,
mi piace la luce netta di fine estate che taglia gli spazi dividendoli in infinite e fantasiose geometrie inusuali,
mi piacciono gli sconosciuti che leggono sulle panchine, quelli che leggono sugli autobus, quelli che leggono sotto gli alberi,
mi piacciono quelli che leggono,
ovunque,
mi piace pensare che settembre è tornato vestito da capodanno, come se davvero tutto dovesse ancora iniziare,
come se ogni cosa fosse da definire,
da scrivere,
da inventare,
mi piace tornare, ricominciare, prepararmi, immaginare ciò che verrà,
mi piace iniziare di nuovo ad andare a yoga, riprendere la piscina, accarezzare progetti che puntualmente resteranno tali ed imbastirne di nuovi che invece vedrò lentamente prendere forma,
mi piace perdermi nella mia città e nel perdermi trovarmi di fronte l'inattesa bellezza di un muro disegnato, mi piace non essere certa nel mio andare, perché nell'estrema sicurezza si cela l'impossibilità di inciampare, sperdersi, scoprire.

E mi guardo intorno
e mi accorgo che la mia vita è bella così com'è,
che io vado bene,
così come sono,
imperfetta,
inconcludente, sempre pronta a rimandare,
disorganizzata,
distratta,
ma anche sempre fedele alla mia meraviglia, per citare parole di Qualcuno che le sapeva usare nel modo giusto
e che forse,
in realtà,
tutto questa storia che l'amore, la coppia, la stabilità sentimentale, rappresentino la felicità estrema,
la sola felicità possibile e perfetta,
inizia a sembrarmi un po' una farsa messa su per calmare gli animi,
per anestetizzare i cuori,
per stabilire un ordine preconfezionato da rispettare senza desiderarlo davvero (o desiderandolo, in alcuni casi, o ancora sentendo la necessità di essere come tutti, per poi finire a camminare annoiati uno di fianco all'altro ma senza nemmeno ascoltarsi).

Io forse sono fatta per cose diverse,
imperfette,
incomplete,
strambe,
sottosopra,
che a raccontarle sembro una ragazzina,
che chi mi ascolta a volte sgrana gli occhi: " A te le cose normali non piacciono"?
E certo che mi piacciono, mi piacciono le cose semplici e lineari, le cose autentiche, ma straordinarie.
E a volte questo viene scambiato per infantilismo,
qualcuno pensa che io non voglia crescere,
ma per me è solo, ancora e di nuovo, restare fedele alla mia meraviglia,
rispondere solo al mio modo di essere,
restare vicina a quello che sono.
A costo di continuare a camminare sola sotto la bellissima luce di questo nuovo inizio.

Settembre ritorna,
dopo un Agosto di bianco e blu, di sale e ocra, di passi tra i vicoli, di bicchieri infranti, di parole lontane, di abbracci che mancano, di "noi" inattesi, di buoni propositi che questa volta ho deciso di abbandonare.

Mi sa davvero che va bene così.
Inaspettatamente.



















venerdì 18 agosto 2017

Giorno centosei: Agosto in città.

Agosto in città è come la domenica sera.
La stessa malinconia ti assale vagando tra le strade deserte del centro, ma è una sensazione che può anche apparire dolce se ti lasci riempire dal silenzio inusuale della città assopita.

Sì, ad Agosto la città si addormenta, non è vero che muore, semplicemente impara altri ritmi: tutto scorre più lentamente, ogni angolo appare svuotato dai rumori e riemerge in una veste nuova.
Le vie di Torino tornano a correre parallele nel loro vuoto metafisico, nelle piazze fiorisce lo spazio perduto, i passi di qualche stanco turista si trascinano sull'asfalto bollente.

Agosto in città: croce e delizia che si ripete ogni anno.
Lenta processione di serrande abbassate su negozi silenziosi, persiane chiuse e appartamenti fantasmi (chissà verso quale meta saranno partiti i loro abitanti), anziani e disperati che popolano i giardini, l'estate che declina verso Settembre scolorendo nei suoi tramonti tiepidi.

Agosto in città è un atto di coraggio, si apprezza solo se davvero dentro di te è tutto a posto.
O se forse, una nuova felicità, si sta affacciando tra i giorni alleggerendo ogni ombra.
Io raramente riesco a bermelo tutto d'un fiato: qualche sorso tra una partenza e l'altra me lo fa apparire bello, imbevuto di un fascino solo suo.
Ma mentre lo dico mi attende una nuova valigia con le fauci spalancate e l'idea che al ritorno troverò il mio amato settembre dove ogni cosa ricomincia, dove un nuovo capodanno fuori luogo spalanca le sue braccia alle infinite possibilità di un ennesimo inizio.    
 

 




                                       https://www.youtube.com/watch?v=TGGOkp0VHac



lunedì 31 luglio 2017

Giorno centocinque: in cammino (senza pesi superflui).

Il caldo è massacrante, mi aggiro senza forze nella penombra della casa tra una stanza e l'altra cercando di riempire una nuova improvvisata valigia, per una nuova e improvvisata partenza.


Da quando sono tornata dal Cammino non ho fatto altro che sopravvivere al ritorno alla normalità.

Come ogni rientro è stato duro, ma più di qualunque altro rientro ho dovuto fare i conti con me stessa perché stavolta non bastava girare la faccia dall'altra parte quando la incrociavo riflessa nello specchio.

Camminare per giorni in mezzo a un meraviglioso nulla fatto di silenzi, colline morbide e gialle di grano, cicale e passi è un'esperienza stranissima che ti restituisce a una dimensione primordiale.
Ho sperimentato il caldo più insopportabile sulla testa, il peso dello zaino sulle spalle, il male alle gambe e il dolore e le vesciche ai piedi, il letto scomodo e i vicini sconosciuti che russano o fanno rumore, la sveglia all'alba, la sete che sfianca.
Ci sono state salite che mi sembravano infattibili e a metà delle quali ho avuto la tentazione di rigirarmi e tornare indietro.

Ma poi sono andata avanti, fino alla prima ombra, fino al primo paese o alla prossima fontana, perché in fondo ero lì proprio per quello, per provare a me stessa di essere in grado di andare oltre ad ogni imprevisto e fatica.

La dimensione del cammino è qualcosa di difficilmente comprensibile fino a quando non ti appresti a muovere il primo passo sulle tue gambe.
Puoi leggere, puoi ascoltare chi lo ha fatto, puoi guardare film e sfogliare libri di foto, ma nulla sarà comprensibile fino a quando non saranno le tue scarpe ad essere impolverate e le tue spalle a portare il peso che hai scelto di tirarti dietro.

Sì, questo soprattutto mi ha insegnato il cammino: che il peso che ci accompagna, in gran parte, lo scegliamo noi e io, ora mi è chiaro, non ho più bisogno di pesi inutili.
Durante il cammino si impara a selezionare con attenzione, a ristabilire una nuova priorità tra le cose, a portare con noi solo l'essenziale per poi abbandonarlo per chi ne avrà bisogno.
Voglio viaggiare leggera, magari anche più sola, ma senza zavorre altrui, senza le complicazioni superflue, senza timori non necessari, senza ombre ad oscurare il mio viaggio.
Preferisco la leggerezza dell'assenza al peso di una presenza non chiara.
Non ho più bisogno di portarmi dietro storie intricate, fiducia tradita, parole dette con leggerezza.
Preferisco scegliere con cura i pesi da lasciare.
E camminando nel nulla ho scoperto una me più forte del previsto.

Il cammino è pausa dalla fretta, è poesia dove intingere lo sguardo, è silenzio dove tornare a sentire i nostri passi e ritrovare la direzione giusta, quella che davvero sentiamo essere la nostra.

Le nuvole gonfie, i cieli bassi, le sagome degli sconosciuti che per brevi tratti ci camminano accanto, le lingue diverse che si intrecciano tra i giorni, il profumo delle pinete e della lavanda, le viti che si arrampicano sulle curve dolci, le vite che si arrampicano sulle salite difficili, i nomi dei paesi in una lingua diversa da tutte le altre, le scarpe che si sporcano, i lividi sulle spalle, i girasoli che sorridono, la doccia dopo ore di caldo e fatica, i piedi all'aria durante la sera, la birra chiara al tavolino di un bar, le comari del paese che parlano di cucina, il sentirsi parte di qualcosa comune eppure di così unico per ogni persona che cammina, la sensazione del tempo sospeso, il superfluo che svanisce, le cose vere che riappaiono, la mancanza che svela, il desidero che non finisca mai.

Il desiderio di tornare a camminare senza pesi superflui sul cuore.