Peggio di un lunedì può esserci solo un lunedì difficile, più difficile del solito, intendo.
Oggi è stato una di quelli.
Dopo un accenno di mattinata luminosa ha ripreso a piovigginare e questo ha inciso sul mio umore già nero di per sé, per via degli strascichi della domenica.
Sogni fastidiosi, risvegli confusi, parole e immagini che arrivano da lontano e che sarebbe stato meglio non ricevere.
Ci sono momenti delle vita in cui tutto sembra confluire verso la rovina, come se improvvisamente si smettesse di vedere quello che di buono c'è intorno a noi. E inutili sono tutti gli sforzi che facciamo, inutile indossare un paio di occhiali rosa per cambiare punto di vista, inutile credere a ciò che gli amici ti dicono. Ci sei solo tu e il tuo essere scivolata nel buio. Ti dicono che ti rialzerai, che tanto tutto passa e che il tempo cura e più te lo dicono e meno vuoi sentirtelo dire, perché ti pare che tutto sia messo lì per sminuire l'autenticità del tuo star male.
E allora quello che avrei voluto oggi sarebbe stato starmene a casa con il mio dolore, sedermici accanto, abbraccialo. Stare lì in sua compagnia, inutile negarlo. Stare lì senza parole, senza volti, senza maschere da indossare, senza spiegazioni da dare, senza sorrisi di circostanza.
Invece è arrivato il teatro a salvarmi.
Il teatro è faticoso, me lo ripeto ogni lunedì sera quando con la giornata sulle spalle mi immergo in questo mondo strano nel quale sono finita quasi per caso.
Il teatro è faticoso, ti scava dentro, ti spoglia. Ti mette davanti a te stesso, senza scuse.
Ma ti salva.
Anche quando non sai farlo, anche quando ti senti ridicolo, nudo, fuori luogo.
Erano anni che ci volevo provare e poi, come spesso accade si rimanda, fino a quando un giorno, se una cosa deve arrivare, arriva.
Stavo navigando alla ricerca di tutt'altro quando dal nulla mi spunta la pubblicità di una scuola di teatro che, non so ancora spiegarmi il perché, mi incuriosisce, mi chiama. Così faccio un giro sulla pagina web e chiacchierando qualche sera dopo con un amico, scopro che conosce un ragazzo che frequenta esattamente quella scuola. Ovviamente lo prendo un po' come un segno e mi decido a contattarlo per chiedergli un parere sulla scuola: il risultato è che dopo pochi giorni mi iscrivo.
Questo luogo sa di magia, era qualcosa che già avevo intuito prima di metterci piede e di cui ho conferma la sera della presentazione dei corsi. C'è un piccolo cortile interno con un po' di verde dove posso lasciare la mia bici, una bella scala, è un luogo che sa di casa più che di scuola. Ma soprattutto c'è un mucchio di gente, ognuno con le proprie aspettative: chi pieno di timori, che spavaldo, chi timido, chi sfacciato. Ci sono quelli che si credono già attori, quelli che accarezzano il sogno di diventarlo, quelli che sono lì per caso. Poi ci sono io, che mi vergogno come una matta, ma che sono lì e che sono felice di averlo fatto, dopo tutto questo tempo.
Da quella sera sono passati quasi sei mesi.
Incredibile come un'avventura nata per caso possa cambiarti, emozionante come un gruppo di persone così diverse tra di loro per storie, età, ambizioni possa trasformarsi in un accogliente famiglia improvvisata.
E così anche se il teatro è faticoso, anche se tu non ti senti affatto portata per stare sotto ai riflettori, mano che mai su un palco, perché a te non è mai piaciuto essere notata, anzi, meno ti vedono e meglio stai, questa sera il teatro mi ha salvata da un amaro pomeriggio di lacrime.
E per questo voglio essergli riconoscente.
Un post al giorno per un anno, per riscoprire insieme che ci sono almeno trecentosessantacinque motivi per cui essere felici. Esercizi di stupore quotidiano per non perdere la voglia di cercare ovunque la Bellezza delle piccole cose.
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lunedì 6 marzo 2017
domenica 5 marzo 2017
Giorno trentatré: un caffè rivelatore.
Giorno trentatré.
Questo numero riveste una particolare importanza nella mia vita: mi segue e si presenta sempre durante momenti cruciali della mia vita.
Trentatré il numero civico di casa durante il mio anno a Malaga, quando attraversando tra i vicoli stretti delle case dei pescatori arrivavo in spiaggia in tre minuti e mezzo. C'erano il profumo dei gerani ai balconi e i colori degli azulejos sui muri delle casette basse, l'odore del sugo fresco dalle cucine, le signore tostate dal sole sedute sulla porta a chiacchierare.
Trentatré, la mia età nel mio anno a Madrid, l'anno in cui ho conosciuto me stessa per la prima volta.
Trentatré, tre e tre: due cifre simmetriche, uguali, che si rispecchiano, due cifre gemelle.
Il numero che trovo ovunque quando cammino per strada e alzo gli occhi verso una vetrina, quando guardo l'orologio, una targa, quando apro una pagina a caso, quando ho un posto prenotato su un treno.
Pare che il trentatré, per la numerologia, sia il numero dell'amore incondizionato. Questo un po' mi spaventa, mi ci ritrovo e a tratti vorrei che non fosse così.
Oggi, giorno trentatré, è stata davvero una giornata stramba.
Sarà che ieri notte ho dormito poco e male, sarà che queste prime avvisaglie di primavera luminosa che poi declina in un pomeriggio uggioso, per poi riaccendersi più tardi mi tolgono energia, o forse sarà che avrei avuto voglia di essere ovunque, tranne che dove sono adesso. Non so bene il perché, ma la sola cosa di cui avevo bisogno oggi erano un abbraccio che non è arrivato e un caffè rivelatore.
Quando sto vivendo momenti di particolare crisi e confusione ci sono alcuni luoghi dove amo tornare, come in una sorta di privato pellegrinaggio laico.
Una tappa obbligata della mia personale lista dei luoghi del cuore, è un minuscolo bar dove servono centinaia di caffè provenienti da tutto il mondo, un vero tempio del piacere per gli amanti della nera bevanda. A me del caffè piace più l'aroma che il sapore, per questo, come spesso commento con mia sorella, a volte mi preparo una caffettiera per riempire di rassicurante profumo la casa e poi nemmeno me lo bevo.
Ma nel mio minuscolo luogo del cuore, prendere il caffè è davvero un rituale irrinunciabile perché oltre a essere squisito mi perdo affascinata nell'osservazione della fauna locale seduta ai pochi tavolini che hanno come sfondo una fiorita carta da parati stile Inghilterra vittoriana. Ma la vera particolarità del luogo è che solo qui, sul fondo di ogni tazzina trovi scritto un numero che ha un messaggio da darti. Gli stessi numeri sono riportati su un cartellone, accanto alla porta d'ingresso. Per sapere cosa il destino vuole svelarti basta andare alla ricerca del numero che ti è capitato.
Sorrido, perché nella mia testa oggi c'era una persona che vorrei non passeggiasse più tra i miei pensieri. Il numero che mi è uscito è sempre lo stesso, il trentuno, fratello lontano del trentatré.
Così mi lamento scherzando con il simpatico proprietario che in tutta risposta mi estrae dalle tazzine pulite una nuova tazzina, con un nuovo numero, il settantuno: "Non tenere le sensazioni degli altri in ostaggio, scappano appena possono".
Penso che davvero a volte accadano cose strane, che ci mancava il settantuno a complicare tutto, a dare conferme che vanno guardate in faccia. Penso che il giorno trentatré, oltre a lasciarmi incantare dal gioco dei numeri, oltre a ricevere messaggi singolari dal caso, avrei bisogno di un segno che mi chiarisse dove sto andando, di qualcosa che mi dicesse che sto percorrendo la strada giusta.
Perché a volte, la vita, davvero è un gioco e io voglio continuare a giocare, fino a trovare il mio numero vincente.
Questo numero riveste una particolare importanza nella mia vita: mi segue e si presenta sempre durante momenti cruciali della mia vita.
Trentatré il numero civico di casa durante il mio anno a Malaga, quando attraversando tra i vicoli stretti delle case dei pescatori arrivavo in spiaggia in tre minuti e mezzo. C'erano il profumo dei gerani ai balconi e i colori degli azulejos sui muri delle casette basse, l'odore del sugo fresco dalle cucine, le signore tostate dal sole sedute sulla porta a chiacchierare.
Trentatré, la mia età nel mio anno a Madrid, l'anno in cui ho conosciuto me stessa per la prima volta.
Trentatré, tre e tre: due cifre simmetriche, uguali, che si rispecchiano, due cifre gemelle.
Il numero che trovo ovunque quando cammino per strada e alzo gli occhi verso una vetrina, quando guardo l'orologio, una targa, quando apro una pagina a caso, quando ho un posto prenotato su un treno.
Pare che il trentatré, per la numerologia, sia il numero dell'amore incondizionato. Questo un po' mi spaventa, mi ci ritrovo e a tratti vorrei che non fosse così.
Oggi, giorno trentatré, è stata davvero una giornata stramba.
Sarà che ieri notte ho dormito poco e male, sarà che queste prime avvisaglie di primavera luminosa che poi declina in un pomeriggio uggioso, per poi riaccendersi più tardi mi tolgono energia, o forse sarà che avrei avuto voglia di essere ovunque, tranne che dove sono adesso. Non so bene il perché, ma la sola cosa di cui avevo bisogno oggi erano un abbraccio che non è arrivato e un caffè rivelatore.
Quando sto vivendo momenti di particolare crisi e confusione ci sono alcuni luoghi dove amo tornare, come in una sorta di privato pellegrinaggio laico.
Una tappa obbligata della mia personale lista dei luoghi del cuore, è un minuscolo bar dove servono centinaia di caffè provenienti da tutto il mondo, un vero tempio del piacere per gli amanti della nera bevanda. A me del caffè piace più l'aroma che il sapore, per questo, come spesso commento con mia sorella, a volte mi preparo una caffettiera per riempire di rassicurante profumo la casa e poi nemmeno me lo bevo.
Ma nel mio minuscolo luogo del cuore, prendere il caffè è davvero un rituale irrinunciabile perché oltre a essere squisito mi perdo affascinata nell'osservazione della fauna locale seduta ai pochi tavolini che hanno come sfondo una fiorita carta da parati stile Inghilterra vittoriana. Ma la vera particolarità del luogo è che solo qui, sul fondo di ogni tazzina trovi scritto un numero che ha un messaggio da darti. Gli stessi numeri sono riportati su un cartellone, accanto alla porta d'ingresso. Per sapere cosa il destino vuole svelarti basta andare alla ricerca del numero che ti è capitato.
Sorrido, perché nella mia testa oggi c'era una persona che vorrei non passeggiasse più tra i miei pensieri. Il numero che mi è uscito è sempre lo stesso, il trentuno, fratello lontano del trentatré.
Così mi lamento scherzando con il simpatico proprietario che in tutta risposta mi estrae dalle tazzine pulite una nuova tazzina, con un nuovo numero, il settantuno: "Non tenere le sensazioni degli altri in ostaggio, scappano appena possono".
Penso che davvero a volte accadano cose strane, che ci mancava il settantuno a complicare tutto, a dare conferme che vanno guardate in faccia. Penso che il giorno trentatré, oltre a lasciarmi incantare dal gioco dei numeri, oltre a ricevere messaggi singolari dal caso, avrei bisogno di un segno che mi chiarisse dove sto andando, di qualcosa che mi dicesse che sto percorrendo la strada giusta.
Perché a volte, la vita, davvero è un gioco e io voglio continuare a giocare, fino a trovare il mio numero vincente.
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