Ormai è passata quasi una settimana dal mio compleanno, eppure ogni giorno continuo a vedere qualcuno per brindare e a ricevere regali e auguri dalle persone più disparate.
Mi emoziona sempre l'idea che qualcuno abbia avuto un pensiero per me.
Che si tratti di due righe scritte di fretta, di un piccolo regalo o del dono più grande: del tempo da dedicarmi.
Da giorni continuano a scrivermi amici dalla Spagna, dall'Argentina, da molti posti lontani.
Ci sono i miei primi studenti, quelli che quando ho conosciuto avevo venticinque anni io e oggi ce li hanno quasi loro, mentre i miei attuali, che di anni ne hanno otto, mi lasciano disegni e poesie sulla cattedra ogni mattina.
Incredibile quanto certi legami non siano soggetti al logorio della distanza e del tempo che passa.
Ci sono incontri che ci portiamo dentro per la vita, volti che ci restano appiccicati sul fondo dell'anima, istantanee che nemmeno gli anni possono cancellare.
Dentro allo scrigno dei ricordi ci sono immagini mischiate che non potranno scolorire mai.
Ci sono le serate che iniziavano a mezzanotte, le Quilmes che non finivano mai e le empanadas, i concerti a Buenos Aires quando Gustavo era ancora vivo, i mercatini di design a Palermo, ci sono le giornate interminabili a scuola sui banchi insieme ai tredicenni, quando quello che volevo insegnare era a pensare con la propria testa - che è la stessa cosa che voglio insegnare oggi-, le rappresentazioni teatrali delle grandi opere letterarie, le feste di addio con i colleghi -che erano anche e soprattutto amici-.
Ci sono i mesi passati a Madrid, le tapas a casa Labra con gli studenti - che erano anche e soprattutto amici-, i fine settimana tra i tavolini dei bar, le domenica al Rastro dopo la colazione sotto casa con la miglior vicina che si possa immaginare di avere.
Ci sono ricordi e storie.
Ma soprattutto ci sono le persone che sono quelle cha fanno i luoghi e la mia più grande ragione di felicità.
Le persone che incontriamo ci cambiano. Le relazioni che intrecciamo, o che evitiamo, ci modellano, ci scolpiscono, scavano i nostri cuori in un costante evolvere, cambiare di forma, pur mantenendo la nostra unicità.
E ci sono poi le ultime persone che sono entrate a far parte dei miei giorni, quelle che conosco appena ma per le quali nutro sin dal primo incontro una sorta di simpatia immediata, una sensazione di piacere nell'averle accanto, come se le conoscessi da sempre.
Oggi, alcune di loro mi hanno regalato libri e fiori, due tra le cose che più amo in assoluto. Eppure mi conoscono così poco.
Non credo sia un caso, penso piuttosto che le sensazioni non mentano mai, che dobbiamo imparare a fidarci e ad affidarci, ad ascoltare quello che il sesto senso ci dice, prima che la nostra testa intervenga a razionalizzare.
L'intuizione, che ha in realtà una base fisiologica, non mente mai.
Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se invece di combatterla le avessi dato più ascolto.
Ma mi rendo conto che ciò che è stato ormai è andato e che invece di ipotizzare voglio concentrarmi sul presente, voglio fare dell'esperienza insegnamento e da oggi in poi lasciare il giusto spazio alle sensazioni, concedermi il lusso di fidarmi di me.
Una settimana di non compleanno che non fa che stupirmi, confermandomi ancora una volta che la vita non è solo questione di fortuna, ma anche di curiosità, di capacità di tenere gli occhi spalancati sulla bellezza e le braccia aperte verso quello che arriverà a sorprenderci, fiduciosi che sarà molto di più di quello che pensiamo.
Un post al giorno per un anno, per riscoprire insieme che ci sono almeno trecentosessantacinque motivi per cui essere felici. Esercizi di stupore quotidiano per non perdere la voglia di cercare ovunque la Bellezza delle piccole cose.
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lunedì 27 marzo 2017
Giorno cinquantaquattro: una settimana di non compleanno.
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sabato 18 febbraio 2017
Giorno diciotto:torta di carote e caffè americano.
Ognuno di noi colleziona nella propria preziosa raccolta di ricordi privati, un oggetto, un profumo, un sapore in grado di riportarlo in un solo istante indietro nel tempo, proprio come la famosa Madeleine di Proust.
Per me la torta di carote ha questo magico potere.
Così succede che mentre passo un pomeriggio di confidenze e risate con una cara amica, decido di ordinare una bella fetta di questo dolce e un caffè americano. Ebbene sì, perché io, da italiana piuttosto atipica quale sono, amo anche quello.
Forse è solo una reazione ai tanti viaggi all'estero o al fatto che quando ti succede di vivere fuori da qui per qualche anno, non solo ti ci abitui, ma addirittura arrivi ad apprezzarlo. Questo miracolo accade quando smetti di ricercare in lui un' imitazione o un sostituto dell'espresso. Credo che in fondo questo sia il segreto per amare non solo il caffè americano, ma anche una persona nuova che arriva nella nostra vita, un lavoro diverso, un luogo dove non eravamo ancora stati: smettere di cercare in lui un surrogato di ciò che abbiamo perso.
La torta di carote, dolcissima, ma meravigliosa si sposa bene con un caffè amaro lungo e caldo. Ma la sua versione migliore, quella che ricordo con commozione, è quella accompagnata da un gin tonic.
Sì, avete capito bene: torta di carote e gin tonic, la merenda del sabato pomeriggio d'inverno nella mia Madrid.
Ogni forchettata che sa di glassa, uva passa e carote porta con sé il colore blu del cielo su Malasaña, mi restituisce il rumore dei vicoli traboccanti di passi, il freddo tra la folla della Gran Vía, i pomeriggi al Lolina Vintage quando tutto era ancora nuovo, vergine, da scoprire e da vivere.
Nel mio anno a Madrid, il mio regno del tutto è possibile, ogni angolo mi regalava l'entusiasmo di un pacco ancora da scartare e così, oggi, a distanza di quattro anni, quell'ininterrotta scarica di vita non smette di percorrermi tutte le volte che torno a pensare a quei giorni.
Ci sono luoghi che sanno di casa dal primo istante in cui ci arrivi, ci sono strade che ti abbracciano come fossi un figlio nato su quei marciapiedi e la sensazione di appartenenza che alcuni posti ti trasmettono, così, forte ed istantanea è qualcosa di inspiegabile ed ammaliante.
Ancora oggi so che un giorno tornerò, perché sento -e non so spiegarmelo- fortemente di appartenere a quei saliscendi che non ti aspetti, perché il suono di quella lingua che non è la mia, mi fa vibrare come nessun'altra musica, perché le notti che non finiscono mai mettono allegria anche quando sei a casa a godertele dietro i vetri, perché il silenzio sacro che lascia spazio alla vita che si accende sulla Calle Mayor, tra i tavolini della Mallorquina, alle sette di un lunedì mattina qualsiasi è quanto di più luminoso si possa immaginare.
Perché è bastato il profumo di una torta alle carote per restituirmi la me migliore che tra le vie di Madrid ho incontrato per la prima volta.
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