lunedì 10 aprile 2017

Giorno sessantacinque: tra vino e colline.

Tempo fa, tra le mie colline, si usava "cantar le uova".
Si tratta di un'antica tradizione del periodo di Pasqua diffusa in molte zone d'Italia.
Si andava di porta in porta e accompagnati dal suono della fisarmonica o di qualche strumento improvvisato, si dedicavano canzoni alla padrona di casa o a i suoi abitanti per ottenere la loro benevolenza e soprattutto qualche uovo da mangiare insieme agli amici durante il lunedì di Pasqua.
Mi hanno sempre incuriosita le tradizioni locali, a tal punto da farmi venir voglia, per qualche mese, di cambiare facoltà e passare da lingue ad antropologia.
Poi, purtroppo - o per fortuna- non l'ho fatto, ma mi sono limitata ad approfondire gli usi e i costumi dei popoli più disparati del mondo attraverso qualche sporadica lettura.

Forse la mia costante fame di viaggi è anche legata a quest'aspetto di me, alla curiosità sul come hanno sempre vissuto le persone nate e cresciute in un determinato luogo.
C'è sempre un legame, un'influenza sul nostro modo di essere e il luogo dove siamo nati, non per niente si parla di "Madre terra": la terra ci genera, ci dà radici e vita e come ogni madre ci lega a lei, a lei somigliamo anche in esilio dalla parte opposta del mondo.

Sabato sera, dunque, accolgo il richiamo di una delle centinaia di rivisitazioni in chiave moderna di questa tradizione e me ne vado a "cantar le uova" insieme ad amici, in mezzo alle colline.
Come in ogni sagra di paese la piazza è già piena del vociare dei suoi abitanti che passeggiano tra i vari stand, qualcuno già brillo dal tardo pomeriggio.
Si salutano tra di loro con la fierezza tipica di chi ha qualcosa di cui va orgoglioso da mostrare al"forestiero".
Piano piano le strade si riempiono di gente venuta da fuori.
Man mano che passano le ore i profumi della carne arrostita si mischiano con quelli della pasta fritta e del lardo, il vino rosso riempie il bicchiere appeso al collo della persone in fila disordinata, si inizia a far fatica a muoversi.
Sulle facce si accende il rosso di qualche bicchiere di troppo, le canzoni che iniziano a stonare confermano che il nostro vino è forte abbastanza anche per chi vi è avvezzo. Brillano anche le risate, i gruppi di giovani che si accalcano agli angoli della piazza, ognuno parte di una sorta di collettiva riscoperta di qualcosa di antico che continua ad esser sempre attuale, ognuno preso da una specie di allegria condivisa. Si parla tra sconosciuti, vecchi e giovani comunicano senza la diffidenza tipica che separa la generazioni, c'è aria di festa e d'estate che si avvicina.
Amo le manifestazioni popolari, mi piace l'idea di far parte di qualcosa di più grande.
Provo la stessa sensazione durante le manifestazioni di protesta che riempiono le piazze o durante i concerti.
Si tratta di una sorta di nostalgia di qualcosa di passato che ancora sa unire la gente, qualcosa che va al di là della realtà.
Per qualche ora ho come l'illusione che il morbo dell'individualismo estremo che ormai dilaga nelle nostre vite, si vada dissolvendo nella comune appartenenza a un sentimento che unisce.
Così tra pasta fatta a mano e bicchieri pieni, canzoni in dialetto e facce allegre, brindisi improvvisati con facce mai viste prima e risate incontenibili, si srotola tra il verde e il blu di una notte tiepida, il mio sabato sera.





venerdì 7 aprile 2017

Giorno sessantaquattro: un bottino felice.

Oggi è venerdì e già questo basterebbe per essere felici.
Non esiste un giorno migliore, l'ho già detto e lo ripeto.

Di venerdì ogni cosa diventa più lieve.

Oggi, poi, ho anche altre ragioni per sorridere.
Esco da scuola: il cielo è azzurro pieno, come colorato da una mano di pastelli a cera.
Invece di tornarmene a casa, allora, decido di prolungare la giornata e di godermi il primo pomeriggio di luce infinita da quando è cambiata l'ora.

Cammino sorridente, senza alcuna fretta, verso il centro.
La sensazione di libertà che provo nel passeggiare senza una vera e propria meta è incredibile.
Tutto il mio corpo, i miei occhi, tutta me stessa, sono immersi nell'esercizio di contemplazione della vita intorno a me: un passante sorride al cellulare leggendo un messaggio - lo invidio- , una donna appoggiata al muretto di una piazza sfoglia un libro, tre giovani amici seduti a bere un bicchiere di vino bianco, una signora con un impermeabile leggero e un cagnolino bianco in attesa del semaforo rosso.

Cammino leggera, nella pienezza della sola compagnia di me stessa.

Ogni incontro è una piccola scintilla d'ispirazione che scatena miliardi di ipotesi, un incrociarsi casuale di vite possibili e di storie da inventare.
Mi concedo un cono caramello e nocciola, continuo la mia esplorazione della città che mi sembra di non conoscere mai abbastanza.
Musicisti di strada, botteghe artigianali, i primi piedi nudi nei sandali (con annessi corpi nordici).
Molti turisti con la mappa della città in mano si guardano intorno sorpresi da tanta inattesa bellezza.
Una signora mi ferma per chiedere informazioni.
Ormai sazia di tanta vita mi infilo in una libreria per riprender fiato, sperando di trovare nel silenzioso girovagare tra gli scaffali, qualche volume che catturi la mia attenzione: ho un meraviglioso regalo ancora da spendere e non vedo l'ora di trasformare questa piccola carta di plastica rossa e bianca in libri da odorare, sfogliare, leggere.
La tappa è fruttuosa: esco con ben quattro volumi in borsa e tanta voglia di andarmene a casa e iniziare subito a leggerli.
Se non avessi dei gatti che mi aspettano per riempirgli la ciotola, probabilmente mi fermerei su qualche panchina verde, approfittando della luce che ancora resta per sbirciare tra le pagine.
Ma si è fatto tardi.

Scendo tra le viscere della terra, nella mia amata metropolitana per far rientro.
Nel vagone nessuno si accorge che è venerdì, forse.
Tutti sono intenti a scorrere le pagine con il dito sullo schermo dello smartphone.

Tutti tranne una bambina che guarda fuori dal finestrino e una bambina, che ormai, pare sia grande, che stringe nelle sua borsa di tela il bottino di un venerdì pomeriggio felice.








giovedì 6 aprile 2017

Giorno sessantatré: la luce sulle case degli altri

Se c'è una cosa che adoro quando cammino in una città, è andarmene con il naso all'insù osservando le case.

Provo un profondo piacere estetico nello sbirciare tre le finestre accese di notte nel tentativo di entrare nella vita degli sconosciuti, spiandone ingenuamente la vita dietro le tende. 
Amo la sensazione tattile (immaginata con gli occhi) del cemento, del mattone, dei muri ruvidi e di quelli più lisci, i bovindi di Torino, le finestre enormi dalle quali entra tutta la luce delle strade, le grandi terrazze -sogno che mi porto dietro da quando ero piccola-e i minuscoli balconi colorati dai gerani. 
E insieme alle finestre e alle case con le loro storie, con le persone che ci nuotano dentro come piccoli pesci rossi in un acquario, mi piace la luce che si posa su di loro.

La luce che non è mai la stessa in base all'ora e alla stagione.
La luce sa esaltare o affondare un dettaglio, un segreto, una forma.

Spesso le case colpite da un fascio di luce come sotto a un riflettore su un palco di teatro, mi appaiono come visioni all'uscita della metropolitana, appena girato un angolo, al fondo di una strada.
E allora mi fermo qualche istante sorpresa, spaesata dinnanzi a tanta bellezza, stupita dall'inatteso.

La luce taglia, accarezza, ammorbidisce.
A volte sottolinea, esalta, inquadra: ecco un'anziana alla finestra intenta a guardare la vita che le scorre sotto gli occhi, un gatto con gli occhi socchiusi che respira il sole, la luce li inserisce in una geometria perfetta, ne disegna una cornice, fa di quella visione casuale un fotogramma.

Conservo centinaia di foto di finestre e di porte, sono per me una sorta di ossessione che colleziono ad ogni mio viaggio lontano o quotidiano nella mia città.

Ci sono le finestre incastonate tra gli azulejos di Lisbona, le nuvole che passano sui vetri di Madrid, l'arancio scostato al tramonto delle case di Roma, il vecchio alla finestra a Trastevere, i panni stesi alle finestre minuscole dalle imposte verdi tra i vicoli di Genova, nella luce biancastra di un sabato di pioggia.

Tante finestre come occhi sul mondo.
Tante fessure che raccontano qualcosa parlandoci da dentro a fuori. 

Tante luci diverse che invece entrano nella vita degli altri, da fuori vanno verso l'interno e lo fanno accarezzando, dipingendo, disegnando dettagli o nascondendo volti tra le ombre.

Le finestre, 
le case, 
la luce.

Il dentro e il fuori.

Un continuo dialogo immaginario di bellezza e dettagli.
La bellezza senza filtri in cui siamo immersi, da cui siamo assuefatti.
La bellezza che dobbiamo tornare a vedere.

















mercoledì 5 aprile 2017

Giorno sessantadue: una cena greca.

Non so è colpa di un paio di bicchieri di Retsina o il piumone sotto cui mi sono accomodata con il pc sulle gambe per scrivere, ma fa caldo.
Mi alzo, apro un po' la finestra e dalle imposte socchiuse entra un lieve respiro di notte tiepida.

Oggi è piovuto per quasi tutto il giorno.
La sensazione della pioggia in primavera è diversa da quella della pioggia nelle altre stagioni.
L'acqua di Aprile è vita liquida: lava, scorre e poi esplode nel verde tutto intorno.

Oggi è stata una giornata importante: una delle mie più care amiche ha superato una prova fondamentale, una di quelle prove che ti cambiano la vita.
Quando si desidera fortemente qualcosa e ci si impegna con tutte le proprie forze per raggiungerlo, arriva, ad un certo punto, il momento di mettersi davvero in gioco e solo allora si capisce davvero quanto teniamo a quel desiderio.
Ecco, la mia Amica ci teneva tanto, così tanto che oggi le cose sono andate benissimo - come già sapevo dentro di me- e la felicità di averne avuto conferma è stata enorme.

La gioia ha senso solo se condivisa.

E allora ce ne siamo andate a festeggiare al ristorante greco: buon cibo, posto semplice e vino bianco.
I momenti passati con le persone che ci conoscono bene sanno sempre di autentica bellezza e perfezione.
Solo con chi ci ama davvero - e con chi a nostra volta amiamo in maniera incondizionata- ci permettiamo il lusso di essere davvero noi stessi.
Si ride, si scherza facendo ipotesi sul futuro, si progettano viaggi insieme.
Serve davvero poco a farmi felice, bastano due pareti blu, l'ipotesi di una vacanza, le persone giuste.

A volte mi chiedo come sia possibile non accorgersi di quanto la felicità sia davvero fatta di cose semplici.
Tornando verso casa leggeri, respiro aria di serate future, di estate e concerti all'aperto, di qualcosa di bello che sta per arrivare.
Oggi  non ho bisogno di altro per sentirmi bene.

E ripenso a me, a quanto lentamente stia tornando, a mia volta, a coltivare desideri nuovi e a muovermi verso di loro, poco per volta.

Ci sono attimi nella vita, in cui sembra che nulla abbia senso.

Eppure io credo che il senso, se siamo davvero noi a muovere le pedine, a fare le nostre scelte, lo troveremo andando avanti.

Così continuo ad andare verso i miei sogni, a volte un po' disorientata, a volte più sicura, ma sempre certa che solo fidandomi davvero delle mie intuizioni, potrò trovare la direzione giusta.

Lentamente, poco per volta.

In costante e continuo ricostruirsi.














martedì 4 aprile 2017

Giorno sessantuno: ode al letto.

Ode al letto.
Così incomincia,
questa "poesia" senza capo né coda.
Un'ode semplice,
per la mia imbarcazione senza remi
silenziosamente ancorata nella mia camera da letto.
Nave ferma, durante il giorno,
lieve vascello di notte,
in viaggio verso i sogni più imprevisti.
Nella sua dolce conca
riposa il corpo stanco,
tra i colori del copripiumone- impossibili abiti in cui avvolgermi quando la solitudine fa venir freddo-
gatti acciambellati tra le gambe (che non puoi più muovere per non disturbarli),
libri lasciati aperti,
caduti,
scivolati dalle mani,
chissà a quale pagina,
quando ti addormenti distrutto la sera,
con l'amara illusione di riuscire a leggere più di cinque righe.
Qui sono nate e finite storie infinite,
hanno pascolato greggi di visioni,
le mie gambe hanno nuotato in acque sconosciute,
ci sono stati risvegli inattesi e abbracci salati,
occhi spalancati su soffitti estivi,
piedi scalzi a cercare altri piedi.

Oggi inizio e finisco così, un po' per gioco, un po' seriamente.
A metà tra il serio e il faceto, un po' per trovare una soluzione rapida al sonno che mi sta richiamando a sé come un canto di sirene, un po' perché cambiare mi diverte.
Quando la giornata è di solo lavoro, mal di testa, stanchezza dentro e fuori, quando la primavera ti risucchia tutte le forze come succede ogni anno al cambio di stagione, quando le ore sono macigni e tra occhi indesiderati che tornano a trovarti e mancanze così concrete che quasi le puoi toccare, il solo pensiero che può salvarmi è quello del mio letto.
Il letto: è un pensiero felice in certi giorni, il più felice che ci possa essere!
Il letto è per me il luogo di culto della casa, lo spazio sacro dove ogni cosa è possibile, il tempio segreto di sogni e parole, silenzioso testimone sospeso nell'ombra del sonno.

Ode al letto, non una parola di più, in questo strano post assonnato.
Il letto mi attende nel suo abbraccio spalancato.

(Perdonatemi il gioco di sperimentazione).







lunedì 3 aprile 2017

Giorno sessanta: una tavolozza primaverile.

Il mio motivo di felicità di oggi è piccolo, impercettibile e delicato.
Si nasconde tra i fiori inattesi che da un giorno all'altro hanno ripreso a sbocciare per le strade della mia città, con la dolce forza che ogni vita nuova porta con sé.

Se sapessi dipingere mi piacerebbe esercitarmi, così come facevano gli impressionisti, a ritrarre lo stesso luogo durante diverse stagioni.
Perché uno stesso posto, investito da colori e tonalità diverse non è mai uguale a se stesso.

Ogni anno non smette di stupirmi lo spettacolo della luce che cambia le forme della realtà accarezzando i marciapiedi, smussando gli angoli dei monumenti, srotolando ombre morbide o nette sui muri dei palazzi.
La mia tavolozza è quella che esplode tra le siepi dei giardini, sulle chiome dei bianchi ciliegi, ai bordi dell'acqua verdognola.

Amo il rosa che declina in mille tonalità dal lieve e polveroso cipria al fucsia acceso, il lilla dei glicini sui muri scostati, il verde pulsante dell'erba che si accende dopo le piogge che durano giorni e giorni.
Nuvole bianche danzano in gruppi trasportate dal vento, l'acqua del fiume si veste del riflesso colorato della vegetazione che lo circonda.

Ogni cosa sembra vestirsi a festa.

Ed in tutto questo concerto brulicante di vita, mi perdo, quasi stordita dalla perfezione della natura, innamorata nella magia di un quadro che cambia continuamente forma e sfumature ad ogni pagina del calendario che giriamo in avanti.

Così capita che in un giorno qualsiasi, mentre vai al lavoro o passeggi in compagnia dei tuoi pensieri, ti rendi conto di quanta bellezza ci circonda.
Una bellezza umile e profonda, un mistero che dorme nella magia delle cose naturali e che sembra chiamarti, supplicando di non perderti nemmeno un istante di quello spettacolo incessante.

Niente di più di questo, niente di più.











domenica 2 aprile 2017

Giorno cinquantanove: le pulizie di primavera.

Ultimamente, sul web e non solo, si è diffusa una filosofia piuttosto condivisibile circa l'importanza del liberarsi di ciò che non usiamo, del fare pulizia, di riprenderci il nostro spazio.
Non so bene se si tratti di una naturale reazione al consumismo estremo di un'epoca che ormai, a mio avviso, è in declino o se si tratti piuttosto di qualcosa che va a braccetto con certe correnti di pensiero orientali che da sempre individuano nel possesso dell'essenziale uno strumento necessario alla realizzazione interiore dell'individuo. 
Al di là di tutto, viviamo in città sempre più popolate, appartamenti sempre più piccoli e abbiamo la tendenza ad accumulare una quantità di cose inutili che spesso ci privano di spazio vitale, riducendo le nostre case a musei del superfluo.
Come spesso mi succede nei confronti delle mode, cerco di capire prima di lasciarmi andare ai facili entusiasmi, ma in questo caso, devo ammettere che mi trovo piuttosto in accordo con quello che ho letto e sentito dire.
Non credo che sia partito tutto da "Il magico potere del riordino", best seller di un'autrice giapponese che in poche pagine regala consigli (a volte inattuabili, altre volte interessanti) per trasformare la teoria in pratica. 
Di certo c'è che il pensiero che sta alla base della questione non è nulla di nuovo, ma affonda le sue radici in alcune antiche tradizioni, tra cui quella delle pulizie di primavera. 
Per la religione cristiana la Pasqua, tempo dell'anno che coincide all'incirca con l'arrivo della primavera, è il momento della rinascita, della risurrezione, della luce dopo le tenebre dell'inverno. 
Torna la vita e con lei la voglia di pulizia, di colore, di aria nuova.
Non mi dilungherò oltre in considerazioni antropologiche o simboliche legate a quest'usanza, ma credo che risalire all'origine di certe tradizioni sia utile al fine di coglierne il vero senso.
Adesso, però torniamo a noi.

Come dare un senso ad un sabato piovoso in cui avevi in programma tutt'altro che stare a casa, ma in cui ti vedi costretta a farlo per via dell'ennesimo bidone tirato all'ultimo momento? 
Semplice: dedicandoti ad un'approfondita pulizia, non solo di casa, ma anche della tua vita!

Sto vivendo una fase in cui questa ormai è diventata un'esigenza primaria.
Parlo di fare pulizia nelle mie frequentazioni, nelle relazioni, non mi riferisco alla casa.

Crescendo si acquisisce una certa consapevolezza che prima non si aveva, si impara a conoscersi, a capire cosa si è disposti a sopportare e di cosa, invece, è meglio liberarsi. 
Ho sempre reputato le relazioni la cosa più importante della mia vita: parlo di amicizia, di amore, ma non solo. 
Ogni relazione che intrecciamo è degna di rispetto, necessita di tempo e di attenzioni, altrimenti è destinata a morire.
Logicamente non tutte le relazioni possono essere profonde allo stesso modo, ma credo fermamente che anche in quelle più leggere, più superficiali nel senso letterale del termine, sia necessario investire un po' di noi per fare in modo che restino in vita.
Con l'età ho imparato a esser più selettiva, ho capito che non ho bisogno di circondarmi di conoscenti, ma che preferisco avere pochi amici, ma di quelli Veri. 
Questo non mi rende un'asociale, ma una persona esigente che vuole tanto, perché prova a dare tanto.
Il tempo a nostra disposizione è sempre troppo poco: il lavoro, gli impegni ci privano di ore preziose ed energie e quello che rimane lo voglio passare con chi lo merita, con chi grazie alla sua presenza può arricchire la mia vita, con persone alle quali ho piacere di dare qualcosa, a mia volta.
E allora basta perder tempo con chi non ha la maturità di curare un'amicizia, con chi non ha voglia di ascoltare, ma vuole solo parlare mettendo al centro di tutto il suo narcisismo esasperato. 
Basta egocentrici, basta inaffidabili, basta persone con le quali anche riuscire ad organizzare una serata per vedersi implica una fatica immane di mesi e mesi e poi, una volta trovata la soluzione, all'ultimo disdicono tutto. 
Ormai siamo persone incapaci di tenere fede alla parola data, il concetto di impegno è sfumato a favore del "magari trovo qualcosa di più interessante all'ultimo". 
Nessuno si fa problemi a cancellare i piani altrui: basta un attimo e nemmeno ci si sente colpevoli, basta un messaggio scritto, nemmeno la fatica di fare una telefonata, nemmeno il coraggio.
Così, sempre meno responsabili, sempre più concentrati su noi stessi, piano pian stiamo uccidendo l'idea del rispetto verso l'altro. 
Conta solo l'individualismo estremo, solo l'appagamento - e che sia immediato!- delle nostre esigenze. 
Dimentichiamo che dall'altra parte esiste una persona che ci aveva riservato del tempo -il bene più prezioso che abbiamo-, che quella persona sperava di passare con noi una bella serata - eh sì, vivere senza aspettative, ecco l'altro grande tormentone del momento!-, ma questo non conta, nulla conta, a parte noi stessi.

Ecco, tutto questo mi ha stufata.

Adesso è tempo di pulizia. 

Spolvero i miei mobili, pulisco a fondo nei cassetti, butto via cose che non uso da anni e che mai userò (analogamente, se siamo riusciti a non vederci per un anno, non è poi così necessario vedersi adesso, forse!), passo l'aspirapolvere, lavo il pavimento.
La casa ha una faccia diversa: profuma, respira, c'è aria nuova, spazio nuovo per cose nuove. 

La mia casa, la mia persona, è pronta per accogliere qualcuno di nuovo, ma solo se questa persona avrà voglia di dedicarmi il suo tempo, di chiedermi come sto ascoltando la risposta, di dedicare cura e attenzione all'amicizia o all'amore che costruiremo insieme.

Ho voglia di relazioni autentiche, non ho bisogno di qualcuno con cui ammazzare il tempo, né di qualcuno che mi scaldi il letto.

Tutto il resto, la polvere, gli oggetti superflui che servono solo a riempire, non m'interessano più.

Tempo di pulizie, di selezione, tempo di concedersi ciò che mi merito.

Tempo di primavera, di luce e spazio nuovo per rinascere.



(foto dal web)