domenica 16 aprile 2017

Giorno settanta: le cascine ai margini della città.

Pasqua: i primi caldi, venticinque gradi di perfezione assoluta, guidare con il finestrino abbassato e la mano fuori.
Pasqua: la torta Pasqualina di mamma, l'insalata russa fatta in casa, le uova di cioccolato e il Dolcetto. Il pranzo infinito fino all'ora di merenda, il caffè che non serve a nulla, la confusione della famiglia riunita intorno al tavolo.
La voglia di una camminata per smaltire.
Il cielo di smalto con qualche lontano straccio bianco sulla punta delle montagne, i solchi curvilinei nel terreno bruno, i campi freschi di verde- piante- nuove.
Camminare nel vento sopra la tangenziale, allungare il passo cantando canzoni anni ottanta, parlare in un'altra lingua con tua nipote.
Arrivare sul viale alberato con le le punte degli alti pioppi che danzano nell'aria, le foglie argentate come piume leggere di uccelli esotici, l'occhio che segue la prospettiva fino alla residenza reale in fondo alla strada.
Nei quasi trenta gradi di questa Pasqua soleggiata il solo bar aperto lungo il corso straripa di uomini in maniche di camicia e caviglie nude ai tavolini, anziani che fumano ridendo, scene da un post pranzo di festa consumato in qualche ristorante dei dintorni.
Il prato tagliato all'inglese, gruppi di famiglie con bambini che fanno capriole o parlano distesi sull'erba come in qualche famoso quadro impressionista.
Le antiche cascine sparse lungo il viale, come perle scappate da un filo di seta.
Si srotolano una in fila all'altra, nella loro bellezza delle cose perdute.
Ancora riportano in alto, sui loro muri, piccole insegne o scritte in caratteri bianchi "alimentari", "barbiere" "farmacia".
Oggi vuote, abitate solo da una vita immaginata, eppure anni e anni fa, qui c'erano i cavalli, i contadini, le donne nelle corti interne, le galline, i bambini sporchi di terra.
Ho sempre subito il fascino di questi spazi così rurali ai margini della città, bello pensare a come poteva esser vivere qui, anche fino a non molti anni fa, quando prima della vera e propria urbanizzazione, le cascine erano ancora popolate.
Le vite immaginate, le vite degli altri, le cose che non sono più.
La bellezza del tempo perduto, le suggestioni che popolano i miei sogni notturni sempre nate nel mio girovagare quotidiano con gli occhi spalancati sulla bellezza, la voglia di fotografare, scrivere, scarabocchiare qualcosa per salvare attimi, visioni, poesia.
Pasqua di otto chilometri pensando a quel che c'è, soffiando via quel che ho perso, riprendendomi il mio entusiasmo, lasciando ai margini del viale, vicino alle cascine, la polvere delle cose andate.




venerdì 14 aprile 2017

Giorno sessantanove: un' amicizia senza tempo.

In una Torino semi-deserta, in questo venerdì sera prefestivo, cammino come mio solito in anticipo, vero l' incontro con un carissimo amico che non vedo da tempo.
Le amicizie di lunga data sono uno dei tesori più preziosi, di quelli da custodire e proteggere dedicando loro dedizione a amore.
La nostra è nata sui banchi di scuola del liceo: una passione comune, quella per lo Spagnolo, una natura simile, quella di chi crede ancora nelle emozioni come radice dell'esistenza.
Lui è stato per me più di un semplice amico.
Prima di questo uno specchio nel quale vedermi riflessa, un sostenitore del mio estremismo sentimentale, una speranza nei momenti più neri.
Lui mi ha insegnato ad amare quello che sono oggi, quella che sono diventata, mi ha ispirata, è stato per me un maestro, prima che un amico, un modello, colui che ha gettato un seme nella mia anima che è rimasto assopito per anni, prima che iniziassi a vedere esplodere i primi germogli di quella che poi è diventata non solo una passione, ma uno dei motivi di gioia della mia vita: il mio lavoro.
Lui è stato il mio insegnante, prima che un amico.
Attraverso lunghissime lettere, prima, telefonate e gelati pomeridiani poi, ci siamo conosciuti anche fuori dall'aula, abbiamo condiviso film, ci siamo scambiati libri, abbiamo chiacchierato di viaggi, spettacoli teatrali, amore e delusioni.
Ed ecco che il rapporto di naturale e sana distanza che esiste tra maestro e alunno, piano piano si è andato dissolvendo per lasciare spazio ad un legame tra pari.
Credo fermamente nel valore dell'amicizia tra uomo e donna, così come in quello dell'amicizia tra persone di età diverse.
I quasi trent'anni che ci separano non sono mai stati un problema: al contrario, poter condividere pezzi di noi con chi forse ha già sperimentato, vissuto, assaggiato quel tuo stesso dolore o quello stesso entusiasmo scottante è meraviglioso, così come contribuire, nella nostra diversità, all'esperienza dell'altro, secondo il nostro punto di vista evidentemente differente.
Tra un paio di birre passa in fretta la serata.
Ceniamo su un tavolino all'aperto in uno dei vicoli del centro, ci confrontiamo, sperimentiamo lo stesso sgomento dinnanzi a dinamiche di vita che non comprendiamo, ci scambiamo consigli e ridiamo di gusto.
La notte si riempie poco a poco di persone, tra i tavoli dei bar e le panchine delle piazzette nascoste aleggia un'aria di quasi estate e la sensazione piacevole dell'essere in vacanza.
Dopo un abbraccio lungo e una promessa sulle scale delle metropolitana, rincaso leggera nella consapevolezza di essere una donna fortunata, molto più di quanto spesso credo.





giovedì 13 aprile 2017

Giorno sessantotto: il primo giorno di vacanza.

Il primo giorno di vacanze di Pasqua ha il sapore di un caffè da due ore con un'amica, delle prime fragole della stagione e i colori di una passeggiata sul lungo fiume.
Ha l'odore del bucato fresco steso al sole- stavolta profumerà come quello di tutti gli altri!-
Il primo giorno di vacanza sa di pulito e di nuovi inizi.
Mi dedico un po' al cambio dell'armadio: divido, piego, sistemo vestiti.
Archivio cose inutili e pesantezze, recupero la leggerezza dei colori tenui.
Il primo giorno di vacanza lo passo coi piedi scalzi, finalmente, tra il tappeto e il pavimento ancora un po' fresco. La finestra lasciata aperta da dove i gatti fanno avanti e indietro rincorrendosi o rilassandosi al sole sul balconcino.
Il primo giorno di vacanze è senza sveglie, senza orologi, senza fretta.
Tra una cosa e l'altra riesco a anche a leggere qualche pagina, ad ascoltare un po' di musica classica mentre mi preparo una macedonia, a pensare a come organizzare i prossimi giorni.
Chi non insegna non potrà crederci, ma un docente arriva a questo punto dell'anno privo di energie, vuoto come un melone senza polpa, stanco come una pera caduta dall'albero.
Questa pausa di qualche giorno serve a ricaricarsi prima del gran finale, a raccogliere le forze, a concentrarsi sui risultati raggiunti e su quello che ancora c'è da fare.
È già il momento in cui si fa il punto della situazione e in un attimo ti rendi conto di quanto l'anno scolastico passai velocemente.
Il primo giorno di vacanza ha il colore del cielo di primavera, dei panni disordinati stesi nei cortili interni, dell'arancione delle magliette degli operai che da giorni asfaltano la strada sotto casa.
Se potessi esprimere un desiderio, oggi, chiederei di dimenticare e di aver la forza per andare oltre.
Ogni fine è un nuovo inizio, ma ogni fine rimane anche sempre e solo una fine.
Così anche oggi, nel mio primo giorno di vacanza, finisce una stagione e ne inizia un'altra che vorrei fosse di stazioni, camminate, abbracci e occhi nuovi, di isole e di libri, di poesie e di spazi aperti.
Vado punto e a capo, inciampando tra le righe.



mercoledì 12 aprile 2017

Giorno sessantasette: Le prime scarpe aperte.

L'amore prima dei social era tutt'altra cosa.
Soprattutto, prima dello smartphone.
E anche di Facebook.

Dimenticare era un esercizio che richiedeva volontà, certo, ma soprattutto un po' di tempo.
Bastava questo e in breve si era pronti, non dico per cancellare quel che era stato, che poi nemmeno è giusto, ma almeno per voltare pagina ed eventualmente iniziare un capitolo nuovo.

Oggi, metter la parola fine ad una storia è diventato una replica degli sforzi di Sisifo: quando credi di aver faticato abbastanza per spingere il tuo masso fino in cima alla montagna, ecco apparire una foto sospetta, un aggiornamento di stato ambiguo, un online di troppo e il masso, diventato sempre più pesante per l'energia già impiegata nella salita, torna a rotolare giù dal pendio. E con lui la speranza di portare a compimento il tuo lavoro.

Normalmente scelgo di cancellare dal mio mondo virtuale ogni traccia di ex, in quanto non facente più parte della mia vita reale.
Via!
Pulisco, archivio -magari salvo anche qualcosa- ma poi elimino per evitare di ricadere nella trappola masochistica dell'infinito non concluso.
Niente come qualcosa di ancora aperto, non definito, senza punti a capo, può far male quando si ha ancora in testa una persona.
Questa volta, però, non ce l'avevo ancora fatta.

Così oggi decido di farmi un regalo, forse il più bel regalo degli ultimi dieci mesi: cancellare un numero dalla mia rubrica.
Un numero che è un nome.
Un nome che è una Persona.
Un nome che per troppo tempo è apparso accanto all'icona tonda con dentro la cornetta, in alto sul display del mio telefono.
Un'icona che deve smettere di far capolino su questo schermo.
Non basterà a smettere di pensare a lui, non sono così ingenua da illudermi di questo, ma almeno smetterò di provare la tentazione di scrivergli, di rispondere o di guardare quando è connesso, come tutti, si sa, facciamo.
Anche quelli che dicono di non farlo.

Mentre ragiono sulla questione, me ne vado a spasso con il primo paio di scarpe (quasi) aperte dell'anno e per la prima volta, senza calze.
Adoro stare scalza: la prima cosa che faccio appena entro in casa è liberare i miei piedi.
Amo sentire il pavimento sotto di me, la base concreta a cui ancorarmi, la terra che mi salva riportandomi giù quando la mia tendenza a galleggiare tra le nuvole riaffiora pericolosamente.
I portici sono pieni di gente, alcuni di fretta, altri più rilassati dediti alle chiacchiere o a un gelato da passeggio.

Oggi è il mio primo giorno di vacanza e l'aria che respiro me lo ricorda.
Tutto pare suggerirmi che anche se ho una mole immensa di cose da fare, non accadrà nulla di grave se per questo pomeriggio fingo che non sia così e mi concedo un po' di tempo per me.

Oggi è il primo giorno di vacanza e anche il primo giorno di vacanza da qualcosa che non voglio più, da qualcosa che mi ha risucchiato troppe energie e che è giunto il momento di archiviare.
Oggi libero la mia testa da un pensiero che ha occupato troppo spazio, così come libero i miei piedi dal fastidio delle calze.
Oggi smetto di costringermi dentro a scarpe troppo strette, in attesa di tornare a Sentire veramente, posando i piedi scalzi su qualcosa di fresco e nuovo.









martedì 11 aprile 2017

Giorno sessantasei: la mano fuori dal finestrino.

Ogni anno la stessa storia: arriva il caldo inatteso, senza preavviso.

Succede sempre così: al mattino giacca, foulard al collo e anfibi.
Poi esco da scuola verso l'una e mi sento fuori luogo come un'idiota impellicciata su una spiaggia rovente a ferragosto.
È arrivato il tanto temuto momento del "non esistono più le mezze stagioni", quel drammatico periodo dell'anno in cui capisci che non hai mai le cose giuste da metterti, che ogni paio di pantaloni, ogni giacca, non staranno mai bene con tutto il resto del tuo guardaroba, che per quante tshirt, camicie o gonne tu abbia, mai nessuna si potrà combinare in maniera sensata con le tue scarpe.
È arrivato quel momento in cui tutto viene messo in discussione: quest'anno, pensavi mentre ancora andavi in giro felicemente imbacuccata nella tua sciarpa di lana extra large, non mi frega: ho finalmente le scarpe giuste da mettere nella stagione di mezzo, ho comprato in saldo quell'impermeabile leggero che ad Aprile sarà perfetto e via dicendo.
Continui soddisfatta nei tuoi deliri mentali, mentre sai benissimo che invece, alla fine, nemmeno quest'Aprile sarà il momento adatto per sentirti finalmente a posto.
No, non sarà l'occasione giusta per smettere di andare in giro come una goffa adolescente scappata di casa in canotta e stivali di pelo.
No, perché di nuovo, ancora e forse per sempre, un giorno sarà inverno pieno con cieli grigi e piogge tropicali ad inzupparti quando avrai deciso, sbagliando, ovviamente, di indossare le prime scarpe aperte della stagione.
Ma il giorno dopo, sarà estate e guarda caso, quel giorno, tu avevi riesumato dall'armadio quei jeans pesanti e gli stivali di pelle, visto il tempaccio del giorno prima.
E sarà così per un bel po' di settimane, le settimane dell'imbarazzo, quelle in cui pensi che se nemmeno a trentasei anni sai ancora come devi vestirti, allora, forse non lo imparerai mai.

Ma in tutta questa inadeguatezza, in tutto questo sentirsi incapaci di fare la scelta migliore, succede sempre una piccola magia.

Di solito in una domenica di sole o in una delle prime sere davvero tiepide dell'anno: entri in macchina e senti forte il desiderio di far entrare un po' di aria da fuori.
E mentre guidi disteso o ti godi il viaggio, sul sedile del passeggero, riaffiora quel naturalissimo gesto del mettere la mano fuori dal finestrino e di lasciarla andare all'aria profumata di caldo.
È un gesto che sa di libertà infantile, di quelle cose che non andrebbero fatte, ma che in fondo non riesci proprio ad evitare.
Te ne vai in giro con la mano a penzoloni, ogni tanto la ammiri nello specchietto e in un istante ritorni indietro, mentre fuori tutto sembra restare uguale a quelle quasi estati di qualche anno fa.

Invece di cose ne sono cambiate tante.
Ma poco importa.
Adesso ti godi il sapore delle notti lunghe che tornano, il profumo dell'erba appena tagliata che entra dal finestrino, la mano che si lascia cullare dalla velocità.
Il gusto delle cose che ancora non sono.
Così, nella solita inadeguatezza di un Aprile quasi Agosto.


https://www.youtube.com/watch?v=ELv1ABkLdxc

(foto dal web)


lunedì 10 aprile 2017

Giorno sessantacinque: tra vino e colline.

Tempo fa, tra le mie colline, si usava "cantar le uova".
Si tratta di un'antica tradizione del periodo di Pasqua diffusa in molte zone d'Italia.
Si andava di porta in porta e accompagnati dal suono della fisarmonica o di qualche strumento improvvisato, si dedicavano canzoni alla padrona di casa o a i suoi abitanti per ottenere la loro benevolenza e soprattutto qualche uovo da mangiare insieme agli amici durante il lunedì di Pasqua.
Mi hanno sempre incuriosita le tradizioni locali, a tal punto da farmi venir voglia, per qualche mese, di cambiare facoltà e passare da lingue ad antropologia.
Poi, purtroppo - o per fortuna- non l'ho fatto, ma mi sono limitata ad approfondire gli usi e i costumi dei popoli più disparati del mondo attraverso qualche sporadica lettura.

Forse la mia costante fame di viaggi è anche legata a quest'aspetto di me, alla curiosità sul come hanno sempre vissuto le persone nate e cresciute in un determinato luogo.
C'è sempre un legame, un'influenza sul nostro modo di essere e il luogo dove siamo nati, non per niente si parla di "Madre terra": la terra ci genera, ci dà radici e vita e come ogni madre ci lega a lei, a lei somigliamo anche in esilio dalla parte opposta del mondo.

Sabato sera, dunque, accolgo il richiamo di una delle centinaia di rivisitazioni in chiave moderna di questa tradizione e me ne vado a "cantar le uova" insieme ad amici, in mezzo alle colline.
Come in ogni sagra di paese la piazza è già piena del vociare dei suoi abitanti che passeggiano tra i vari stand, qualcuno già brillo dal tardo pomeriggio.
Si salutano tra di loro con la fierezza tipica di chi ha qualcosa di cui va orgoglioso da mostrare al"forestiero".
Piano piano le strade si riempiono di gente venuta da fuori.
Man mano che passano le ore i profumi della carne arrostita si mischiano con quelli della pasta fritta e del lardo, il vino rosso riempie il bicchiere appeso al collo della persone in fila disordinata, si inizia a far fatica a muoversi.
Sulle facce si accende il rosso di qualche bicchiere di troppo, le canzoni che iniziano a stonare confermano che il nostro vino è forte abbastanza anche per chi vi è avvezzo. Brillano anche le risate, i gruppi di giovani che si accalcano agli angoli della piazza, ognuno parte di una sorta di collettiva riscoperta di qualcosa di antico che continua ad esser sempre attuale, ognuno preso da una specie di allegria condivisa. Si parla tra sconosciuti, vecchi e giovani comunicano senza la diffidenza tipica che separa la generazioni, c'è aria di festa e d'estate che si avvicina.
Amo le manifestazioni popolari, mi piace l'idea di far parte di qualcosa di più grande.
Provo la stessa sensazione durante le manifestazioni di protesta che riempiono le piazze o durante i concerti.
Si tratta di una sorta di nostalgia di qualcosa di passato che ancora sa unire la gente, qualcosa che va al di là della realtà.
Per qualche ora ho come l'illusione che il morbo dell'individualismo estremo che ormai dilaga nelle nostre vite, si vada dissolvendo nella comune appartenenza a un sentimento che unisce.
Così tra pasta fatta a mano e bicchieri pieni, canzoni in dialetto e facce allegre, brindisi improvvisati con facce mai viste prima e risate incontenibili, si srotola tra il verde e il blu di una notte tiepida, il mio sabato sera.





venerdì 7 aprile 2017

Giorno sessantaquattro: un bottino felice.

Oggi è venerdì e già questo basterebbe per essere felici.
Non esiste un giorno migliore, l'ho già detto e lo ripeto.

Di venerdì ogni cosa diventa più lieve.

Oggi, poi, ho anche altre ragioni per sorridere.
Esco da scuola: il cielo è azzurro pieno, come colorato da una mano di pastelli a cera.
Invece di tornarmene a casa, allora, decido di prolungare la giornata e di godermi il primo pomeriggio di luce infinita da quando è cambiata l'ora.

Cammino sorridente, senza alcuna fretta, verso il centro.
La sensazione di libertà che provo nel passeggiare senza una vera e propria meta è incredibile.
Tutto il mio corpo, i miei occhi, tutta me stessa, sono immersi nell'esercizio di contemplazione della vita intorno a me: un passante sorride al cellulare leggendo un messaggio - lo invidio- , una donna appoggiata al muretto di una piazza sfoglia un libro, tre giovani amici seduti a bere un bicchiere di vino bianco, una signora con un impermeabile leggero e un cagnolino bianco in attesa del semaforo rosso.

Cammino leggera, nella pienezza della sola compagnia di me stessa.

Ogni incontro è una piccola scintilla d'ispirazione che scatena miliardi di ipotesi, un incrociarsi casuale di vite possibili e di storie da inventare.
Mi concedo un cono caramello e nocciola, continuo la mia esplorazione della città che mi sembra di non conoscere mai abbastanza.
Musicisti di strada, botteghe artigianali, i primi piedi nudi nei sandali (con annessi corpi nordici).
Molti turisti con la mappa della città in mano si guardano intorno sorpresi da tanta inattesa bellezza.
Una signora mi ferma per chiedere informazioni.
Ormai sazia di tanta vita mi infilo in una libreria per riprender fiato, sperando di trovare nel silenzioso girovagare tra gli scaffali, qualche volume che catturi la mia attenzione: ho un meraviglioso regalo ancora da spendere e non vedo l'ora di trasformare questa piccola carta di plastica rossa e bianca in libri da odorare, sfogliare, leggere.
La tappa è fruttuosa: esco con ben quattro volumi in borsa e tanta voglia di andarmene a casa e iniziare subito a leggerli.
Se non avessi dei gatti che mi aspettano per riempirgli la ciotola, probabilmente mi fermerei su qualche panchina verde, approfittando della luce che ancora resta per sbirciare tra le pagine.
Ma si è fatto tardi.

Scendo tra le viscere della terra, nella mia amata metropolitana per far rientro.
Nel vagone nessuno si accorge che è venerdì, forse.
Tutti sono intenti a scorrere le pagine con il dito sullo schermo dello smartphone.

Tutti tranne una bambina che guarda fuori dal finestrino e una bambina, che ormai, pare sia grande, che stringe nelle sua borsa di tela il bottino di un venerdì pomeriggio felice.