Oggi è davvero difficile poter trovare un motivo di felicità e non perché non ce ne siano stati, ma perché il dolore forte delle perdite occupa tutto il mio cuore, mi riempie in questa notte di freddo ritrovato di quasi Maggio e non lascia spazio per altro.
Sentirsi piccoli, infinitamente fragili, spersi dinnanzi alla morte.
Ci ha lasciati il papà di una cara amica, un uomo che ho avuto modo di conoscere solo per il tempo di una breve ma intensa vacanza un paio di estati fa.
Un uomo che forse, però, conosco attraverso il sorriso di sua figlia, lo stesso che aveva lui.
Di lui ricordo la gentilezza e l'infinita ospitalità, le brioche calde al risveglio in quella splendida colazione con vista sulla campagna siciliana, la sua risata e lo sguardo acceso di un uomo che credeva ancora in qualcosa.
Non voglio sprecare altre parole, sarebbero superflui tentativi di spiegare la sofferenza che torna, sempre uguale e sempre diverso, ogni volta che qualcuno ci lascia.
Lo conoscevo poco, è vero, ma la forza che ho visto in sua figlia, mi racconta tanto di quello che era.
Oggi vorrei solo ringraziarlo, chissà, forse illudendomi che possa sentirmi, per avermi regalato un'Amica meravigliosa, la possibilità di vedere la sua terra che tanto amo attraverso gli occhi di chi quella terra la conosce bene perché la vive ogni giorno, perché ci è nato e cresciuto.
Vorrei ringraziarlo per avermi aperto le porte di casa sua, pur senza conoscermi, per quella festa in giardino di luci e risate, donne che cadono danzando, cantanti improvvisati.
Vorrei ringraziarlo per quei giorni di sale e vento, per quell'arcobaleno incredibile sulle colline mentre tornavo verso l'aeroporto, per quel viaggio che mi ha riportata al mondo dopo un periodo particolarmente duro.
E vorrei portare con me il ricordo di quell'orgoglio, di quel coraggio che inspiegabilmente mi pare aver intuito nel suo sguardo.
Il coraggio di chi crede in un ideale e lo porta avanti, nonostante tutto.
Adesso è tempo di silenzio e di accogliere l'enorme messaggio che ogni cosa porta con sé: dedicare il nostro tempo alle persone che amiamo, non sprecarlo con chi non merita, usare bene il nostro presente, abbracciare di più, ringraziare di più, vivere intensamente ogni istante nel suo momento, cogliere la perfezione di ogni amore, anche di quello più imperfetto, vivere per essere noi stessi, lottare per diventare ciò che siamo, credere sempre in qualcosa di grande, anche quando questo significa faticare.
Un post al giorno per un anno, per riscoprire insieme che ci sono almeno trecentosessantacinque motivi per cui essere felici. Esercizi di stupore quotidiano per non perdere la voglia di cercare ovunque la Bellezza delle piccole cose.
mercoledì 19 aprile 2017
martedì 18 aprile 2017
Giorno settantuno: la bicicletta lilla.
Ho sempre avuto una sorta di adorazione per la mia bicicletta, a partire da quel giorno del mio tredicesimo compleanno in cui mi fu regalata.
La mia bici è lilla e bianca, ha un bellissimo cestino di vimini e mi ha accompagnata un po' ovunque.
Quando ero piccola passavamo insieme le estati in cortile a fare sempre lo stesso giro intorno al condominio.
Eravamo cinque bambini, quando ancora si usava passare i pomeriggi insieme sotto casa giocando a pallone o a nascondino.
Le nostre bici avevano tutte un soprannome e ci piaceva immaginarle come cavalli velocissimi sui quali fare lunghi viaggi nella canicola di Luglio.
Inventavamo storie, le interpretavamo, le vivevamo.
Senza saperlo eravamo scrittori, registi e attori.
Non ricordo noia, ma solo un'infinita fantasia con cui riempivamo le giornate.
C'erano poi i periodi tematici: il mese in cui ci eravamo invaghite del punto croce, quello in cui avevamo messo in piedi una specie di storia a puntate dedicata ad una saga famigliare, l'Agosto dei sedici palloni persi dietro al muro di cinta, l'anno della pallavolo e quello dell'Inglese a fascicoli.
E le nostre bici erano sempre con noi.
Fino al giorno in cui quel Settembre di non so quanti anni fa, decisi di portarmela in città, perché tanto, ormai, le estati le passavo altrove.
La mia bici è rimasta per anni in cantina, tristemente rassegnata all'indifferenza che ho ingiustamente nutrito nei suoi confronti per troppo tempo, fino a quando un giorno, dopo vari tentativi morti sul nascere, mi sono decisa ad andare all'università in bici.
Certo, usare la bici in città è molto diverso, ma è bastato davvero poco a lasciar rifiorire quella stessa sensazione di libertà che sentivo sulle due ruote anni addietro.
Ci sono mille motivi per cui la bici è il miglior modo per spostarsi in una città piana come la mia: se arrivi, arrivi prima che in macchina, fai movimento e intanto hai tempo di ascoltare la tua musica preferita, guardarti intorno, fare piacevoli incontri sulle piste ciclabili.
Vero, ci sono altrettanti motivi per cui usare la bici in città è davvero insopportabile e pericoloso, ma visto che le due ruote, insieme alle mie gambe, sono tra i miei mezzi di spostamento preferito, non posso far altro che concentrarmi su quello che di bello può darmi muovermi in questo modo.
Per un periodo andavo in bici ovunque: i chilometri erano almeno venti ogni giorno, stavo meglio ad ogni pedalata, non so esattamente se per via di quella storia che fare movimento libera endorfine o semplicemente perché i ciclisti che incrociavo erano mediamente piuttosto interessanti, ma arrivano a casa stremata e felice, con una voglia di fare pari a pochi altri periodi della mia vita.
E così, oggi, dopo la consueta pausa invernale - brutta abitudine che vorrei aver la forza di cancellare, prima o poi!- ecco che finalmente rispolvero la mia bici.
Le prime pedalate sanno sempre di bellezza ritrovata e libertà.
Mentre mi lascio andare senza pedalare sulla discesa verso il fiume, il vento in faccia mi ricorda quanto sia meraviglioso muoversi su due ruote.
Percorro un tratto piuttosto breve, ma sufficiente a farmi tornare il sorriso e la certezza che quelle maledette due rampe della cantina con il "dolce" peso della mia bici sulle braccia, resteranno solo un piccolo dettaglio fastidioso che saprò ignorare ancora.
La mia bici deve portarmi in molti altri posti, voglio la sua compagnia per lungo tempo ancora e forse anche lei inizia a desiderare una compagna di giochi, proprio come quelle che aveva negli interminabili e lontani pomeriggi di tanti anni fa, quando ogni cosa era ancora immersa nella perfezione delle cose immaginate.
La mia bici è lilla e bianca, ha un bellissimo cestino di vimini e mi ha accompagnata un po' ovunque.
Quando ero piccola passavamo insieme le estati in cortile a fare sempre lo stesso giro intorno al condominio.
Eravamo cinque bambini, quando ancora si usava passare i pomeriggi insieme sotto casa giocando a pallone o a nascondino.
Le nostre bici avevano tutte un soprannome e ci piaceva immaginarle come cavalli velocissimi sui quali fare lunghi viaggi nella canicola di Luglio.
Inventavamo storie, le interpretavamo, le vivevamo.
Senza saperlo eravamo scrittori, registi e attori.
Non ricordo noia, ma solo un'infinita fantasia con cui riempivamo le giornate.
C'erano poi i periodi tematici: il mese in cui ci eravamo invaghite del punto croce, quello in cui avevamo messo in piedi una specie di storia a puntate dedicata ad una saga famigliare, l'Agosto dei sedici palloni persi dietro al muro di cinta, l'anno della pallavolo e quello dell'Inglese a fascicoli.
E le nostre bici erano sempre con noi.
Fino al giorno in cui quel Settembre di non so quanti anni fa, decisi di portarmela in città, perché tanto, ormai, le estati le passavo altrove.
La mia bici è rimasta per anni in cantina, tristemente rassegnata all'indifferenza che ho ingiustamente nutrito nei suoi confronti per troppo tempo, fino a quando un giorno, dopo vari tentativi morti sul nascere, mi sono decisa ad andare all'università in bici.
Certo, usare la bici in città è molto diverso, ma è bastato davvero poco a lasciar rifiorire quella stessa sensazione di libertà che sentivo sulle due ruote anni addietro.
Ci sono mille motivi per cui la bici è il miglior modo per spostarsi in una città piana come la mia: se arrivi, arrivi prima che in macchina, fai movimento e intanto hai tempo di ascoltare la tua musica preferita, guardarti intorno, fare piacevoli incontri sulle piste ciclabili.
Vero, ci sono altrettanti motivi per cui usare la bici in città è davvero insopportabile e pericoloso, ma visto che le due ruote, insieme alle mie gambe, sono tra i miei mezzi di spostamento preferito, non posso far altro che concentrarmi su quello che di bello può darmi muovermi in questo modo.
Per un periodo andavo in bici ovunque: i chilometri erano almeno venti ogni giorno, stavo meglio ad ogni pedalata, non so esattamente se per via di quella storia che fare movimento libera endorfine o semplicemente perché i ciclisti che incrociavo erano mediamente piuttosto interessanti, ma arrivano a casa stremata e felice, con una voglia di fare pari a pochi altri periodi della mia vita.
E così, oggi, dopo la consueta pausa invernale - brutta abitudine che vorrei aver la forza di cancellare, prima o poi!- ecco che finalmente rispolvero la mia bici.
Le prime pedalate sanno sempre di bellezza ritrovata e libertà.
Mentre mi lascio andare senza pedalare sulla discesa verso il fiume, il vento in faccia mi ricorda quanto sia meraviglioso muoversi su due ruote.
Percorro un tratto piuttosto breve, ma sufficiente a farmi tornare il sorriso e la certezza che quelle maledette due rampe della cantina con il "dolce" peso della mia bici sulle braccia, resteranno solo un piccolo dettaglio fastidioso che saprò ignorare ancora.
La mia bici deve portarmi in molti altri posti, voglio la sua compagnia per lungo tempo ancora e forse anche lei inizia a desiderare una compagna di giochi, proprio come quelle che aveva negli interminabili e lontani pomeriggi di tanti anni fa, quando ogni cosa era ancora immersa nella perfezione delle cose immaginate.
domenica 16 aprile 2017
Giorno settanta: le cascine ai margini della città.
Pasqua: i primi caldi, venticinque gradi di perfezione assoluta, guidare con il finestrino abbassato e la mano fuori.
Pasqua: la torta Pasqualina di mamma, l'insalata russa fatta in casa, le uova di cioccolato e il Dolcetto. Il pranzo infinito fino all'ora di merenda, il caffè che non serve a nulla, la confusione della famiglia riunita intorno al tavolo.
La voglia di una camminata per smaltire.
Il cielo di smalto con qualche lontano straccio bianco sulla punta delle montagne, i solchi curvilinei nel terreno bruno, i campi freschi di verde- piante- nuove.
Camminare nel vento sopra la tangenziale, allungare il passo cantando canzoni anni ottanta, parlare in un'altra lingua con tua nipote.
Arrivare sul viale alberato con le le punte degli alti pioppi che danzano nell'aria, le foglie argentate come piume leggere di uccelli esotici, l'occhio che segue la prospettiva fino alla residenza reale in fondo alla strada.
Nei quasi trenta gradi di questa Pasqua soleggiata il solo bar aperto lungo il corso straripa di uomini in maniche di camicia e caviglie nude ai tavolini, anziani che fumano ridendo, scene da un post pranzo di festa consumato in qualche ristorante dei dintorni.
Il prato tagliato all'inglese, gruppi di famiglie con bambini che fanno capriole o parlano distesi sull'erba come in qualche famoso quadro impressionista.
Le antiche cascine sparse lungo il viale, come perle scappate da un filo di seta.
Si srotolano una in fila all'altra, nella loro bellezza delle cose perdute.
Ancora riportano in alto, sui loro muri, piccole insegne o scritte in caratteri bianchi "alimentari", "barbiere" "farmacia".
Oggi vuote, abitate solo da una vita immaginata, eppure anni e anni fa, qui c'erano i cavalli, i contadini, le donne nelle corti interne, le galline, i bambini sporchi di terra.
Ho sempre subito il fascino di questi spazi così rurali ai margini della città, bello pensare a come poteva esser vivere qui, anche fino a non molti anni fa, quando prima della vera e propria urbanizzazione, le cascine erano ancora popolate.
Le vite immaginate, le vite degli altri, le cose che non sono più.
La bellezza del tempo perduto, le suggestioni che popolano i miei sogni notturni sempre nate nel mio girovagare quotidiano con gli occhi spalancati sulla bellezza, la voglia di fotografare, scrivere, scarabocchiare qualcosa per salvare attimi, visioni, poesia.
Pasqua di otto chilometri pensando a quel che c'è, soffiando via quel che ho perso, riprendendomi il mio entusiasmo, lasciando ai margini del viale, vicino alle cascine, la polvere delle cose andate.
Pasqua: la torta Pasqualina di mamma, l'insalata russa fatta in casa, le uova di cioccolato e il Dolcetto. Il pranzo infinito fino all'ora di merenda, il caffè che non serve a nulla, la confusione della famiglia riunita intorno al tavolo.
La voglia di una camminata per smaltire.
Il cielo di smalto con qualche lontano straccio bianco sulla punta delle montagne, i solchi curvilinei nel terreno bruno, i campi freschi di verde- piante- nuove.
Camminare nel vento sopra la tangenziale, allungare il passo cantando canzoni anni ottanta, parlare in un'altra lingua con tua nipote.
Arrivare sul viale alberato con le le punte degli alti pioppi che danzano nell'aria, le foglie argentate come piume leggere di uccelli esotici, l'occhio che segue la prospettiva fino alla residenza reale in fondo alla strada.
Nei quasi trenta gradi di questa Pasqua soleggiata il solo bar aperto lungo il corso straripa di uomini in maniche di camicia e caviglie nude ai tavolini, anziani che fumano ridendo, scene da un post pranzo di festa consumato in qualche ristorante dei dintorni.
Il prato tagliato all'inglese, gruppi di famiglie con bambini che fanno capriole o parlano distesi sull'erba come in qualche famoso quadro impressionista.
Le antiche cascine sparse lungo il viale, come perle scappate da un filo di seta.
Si srotolano una in fila all'altra, nella loro bellezza delle cose perdute.
Ancora riportano in alto, sui loro muri, piccole insegne o scritte in caratteri bianchi "alimentari", "barbiere" "farmacia".
Oggi vuote, abitate solo da una vita immaginata, eppure anni e anni fa, qui c'erano i cavalli, i contadini, le donne nelle corti interne, le galline, i bambini sporchi di terra.
Ho sempre subito il fascino di questi spazi così rurali ai margini della città, bello pensare a come poteva esser vivere qui, anche fino a non molti anni fa, quando prima della vera e propria urbanizzazione, le cascine erano ancora popolate.
Le vite immaginate, le vite degli altri, le cose che non sono più.
La bellezza del tempo perduto, le suggestioni che popolano i miei sogni notturni sempre nate nel mio girovagare quotidiano con gli occhi spalancati sulla bellezza, la voglia di fotografare, scrivere, scarabocchiare qualcosa per salvare attimi, visioni, poesia.
Pasqua di otto chilometri pensando a quel che c'è, soffiando via quel che ho perso, riprendendomi il mio entusiasmo, lasciando ai margini del viale, vicino alle cascine, la polvere delle cose andate.
venerdì 14 aprile 2017
Giorno sessantanove: un' amicizia senza tempo.
In una Torino semi-deserta, in questo venerdì sera prefestivo, cammino come mio solito in anticipo, vero l' incontro con un carissimo amico che non vedo da tempo.
Le amicizie di lunga data sono uno dei tesori più preziosi, di quelli da custodire e proteggere dedicando loro dedizione a amore.
La nostra è nata sui banchi di scuola del liceo: una passione comune, quella per lo Spagnolo, una natura simile, quella di chi crede ancora nelle emozioni come radice dell'esistenza.
Lui è stato per me più di un semplice amico.
Prima di questo uno specchio nel quale vedermi riflessa, un sostenitore del mio estremismo sentimentale, una speranza nei momenti più neri.
Lui mi ha insegnato ad amare quello che sono oggi, quella che sono diventata, mi ha ispirata, è stato per me un maestro, prima che un amico, un modello, colui che ha gettato un seme nella mia anima che è rimasto assopito per anni, prima che iniziassi a vedere esplodere i primi germogli di quella che poi è diventata non solo una passione, ma uno dei motivi di gioia della mia vita: il mio lavoro.
Lui è stato il mio insegnante, prima che un amico.
Attraverso lunghissime lettere, prima, telefonate e gelati pomeridiani poi, ci siamo conosciuti anche fuori dall'aula, abbiamo condiviso film, ci siamo scambiati libri, abbiamo chiacchierato di viaggi, spettacoli teatrali, amore e delusioni.
Ed ecco che il rapporto di naturale e sana distanza che esiste tra maestro e alunno, piano piano si è andato dissolvendo per lasciare spazio ad un legame tra pari.
Credo fermamente nel valore dell'amicizia tra uomo e donna, così come in quello dell'amicizia tra persone di età diverse.
I quasi trent'anni che ci separano non sono mai stati un problema: al contrario, poter condividere pezzi di noi con chi forse ha già sperimentato, vissuto, assaggiato quel tuo stesso dolore o quello stesso entusiasmo scottante è meraviglioso, così come contribuire, nella nostra diversità, all'esperienza dell'altro, secondo il nostro punto di vista evidentemente differente.
Tra un paio di birre passa in fretta la serata.
Ceniamo su un tavolino all'aperto in uno dei vicoli del centro, ci confrontiamo, sperimentiamo lo stesso sgomento dinnanzi a dinamiche di vita che non comprendiamo, ci scambiamo consigli e ridiamo di gusto.
La notte si riempie poco a poco di persone, tra i tavoli dei bar e le panchine delle piazzette nascoste aleggia un'aria di quasi estate e la sensazione piacevole dell'essere in vacanza.
Dopo un abbraccio lungo e una promessa sulle scale delle metropolitana, rincaso leggera nella consapevolezza di essere una donna fortunata, molto più di quanto spesso credo.
Le amicizie di lunga data sono uno dei tesori più preziosi, di quelli da custodire e proteggere dedicando loro dedizione a amore.
La nostra è nata sui banchi di scuola del liceo: una passione comune, quella per lo Spagnolo, una natura simile, quella di chi crede ancora nelle emozioni come radice dell'esistenza.
Lui è stato per me più di un semplice amico.
Prima di questo uno specchio nel quale vedermi riflessa, un sostenitore del mio estremismo sentimentale, una speranza nei momenti più neri.
Lui mi ha insegnato ad amare quello che sono oggi, quella che sono diventata, mi ha ispirata, è stato per me un maestro, prima che un amico, un modello, colui che ha gettato un seme nella mia anima che è rimasto assopito per anni, prima che iniziassi a vedere esplodere i primi germogli di quella che poi è diventata non solo una passione, ma uno dei motivi di gioia della mia vita: il mio lavoro.
Lui è stato il mio insegnante, prima che un amico.
Attraverso lunghissime lettere, prima, telefonate e gelati pomeridiani poi, ci siamo conosciuti anche fuori dall'aula, abbiamo condiviso film, ci siamo scambiati libri, abbiamo chiacchierato di viaggi, spettacoli teatrali, amore e delusioni.
Ed ecco che il rapporto di naturale e sana distanza che esiste tra maestro e alunno, piano piano si è andato dissolvendo per lasciare spazio ad un legame tra pari.
Credo fermamente nel valore dell'amicizia tra uomo e donna, così come in quello dell'amicizia tra persone di età diverse.
I quasi trent'anni che ci separano non sono mai stati un problema: al contrario, poter condividere pezzi di noi con chi forse ha già sperimentato, vissuto, assaggiato quel tuo stesso dolore o quello stesso entusiasmo scottante è meraviglioso, così come contribuire, nella nostra diversità, all'esperienza dell'altro, secondo il nostro punto di vista evidentemente differente.
Tra un paio di birre passa in fretta la serata.
Ceniamo su un tavolino all'aperto in uno dei vicoli del centro, ci confrontiamo, sperimentiamo lo stesso sgomento dinnanzi a dinamiche di vita che non comprendiamo, ci scambiamo consigli e ridiamo di gusto.
La notte si riempie poco a poco di persone, tra i tavoli dei bar e le panchine delle piazzette nascoste aleggia un'aria di quasi estate e la sensazione piacevole dell'essere in vacanza.
Dopo un abbraccio lungo e una promessa sulle scale delle metropolitana, rincaso leggera nella consapevolezza di essere una donna fortunata, molto più di quanto spesso credo.
giovedì 13 aprile 2017
Giorno sessantotto: il primo giorno di vacanza.
Il primo giorno di vacanze di Pasqua ha il sapore di un caffè da due ore con un'amica, delle prime fragole della stagione e i colori di una passeggiata sul lungo fiume.
Ha l'odore del bucato fresco steso al sole- stavolta profumerà come quello di tutti gli altri!-
Il primo giorno di vacanza sa di pulito e di nuovi inizi.
Mi dedico un po' al cambio dell'armadio: divido, piego, sistemo vestiti.
Archivio cose inutili e pesantezze, recupero la leggerezza dei colori tenui.
Il primo giorno di vacanza lo passo coi piedi scalzi, finalmente, tra il tappeto e il pavimento ancora un po' fresco. La finestra lasciata aperta da dove i gatti fanno avanti e indietro rincorrendosi o rilassandosi al sole sul balconcino.
Il primo giorno di vacanze è senza sveglie, senza orologi, senza fretta.
Tra una cosa e l'altra riesco a anche a leggere qualche pagina, ad ascoltare un po' di musica classica mentre mi preparo una macedonia, a pensare a come organizzare i prossimi giorni.
Chi non insegna non potrà crederci, ma un docente arriva a questo punto dell'anno privo di energie, vuoto come un melone senza polpa, stanco come una pera caduta dall'albero.
Questa pausa di qualche giorno serve a ricaricarsi prima del gran finale, a raccogliere le forze, a concentrarsi sui risultati raggiunti e su quello che ancora c'è da fare.
È già il momento in cui si fa il punto della situazione e in un attimo ti rendi conto di quanto l'anno scolastico passai velocemente.
Il primo giorno di vacanza ha il colore del cielo di primavera, dei panni disordinati stesi nei cortili interni, dell'arancione delle magliette degli operai che da giorni asfaltano la strada sotto casa.
Se potessi esprimere un desiderio, oggi, chiederei di dimenticare e di aver la forza per andare oltre.
Ogni fine è un nuovo inizio, ma ogni fine rimane anche sempre e solo una fine.
Così anche oggi, nel mio primo giorno di vacanza, finisce una stagione e ne inizia un'altra che vorrei fosse di stazioni, camminate, abbracci e occhi nuovi, di isole e di libri, di poesie e di spazi aperti.
Vado punto e a capo, inciampando tra le righe.
Ha l'odore del bucato fresco steso al sole- stavolta profumerà come quello di tutti gli altri!-
Il primo giorno di vacanza sa di pulito e di nuovi inizi.
Mi dedico un po' al cambio dell'armadio: divido, piego, sistemo vestiti.
Archivio cose inutili e pesantezze, recupero la leggerezza dei colori tenui.
Il primo giorno di vacanza lo passo coi piedi scalzi, finalmente, tra il tappeto e il pavimento ancora un po' fresco. La finestra lasciata aperta da dove i gatti fanno avanti e indietro rincorrendosi o rilassandosi al sole sul balconcino.
Il primo giorno di vacanze è senza sveglie, senza orologi, senza fretta.
Tra una cosa e l'altra riesco a anche a leggere qualche pagina, ad ascoltare un po' di musica classica mentre mi preparo una macedonia, a pensare a come organizzare i prossimi giorni.
Chi non insegna non potrà crederci, ma un docente arriva a questo punto dell'anno privo di energie, vuoto come un melone senza polpa, stanco come una pera caduta dall'albero.
Questa pausa di qualche giorno serve a ricaricarsi prima del gran finale, a raccogliere le forze, a concentrarsi sui risultati raggiunti e su quello che ancora c'è da fare.
È già il momento in cui si fa il punto della situazione e in un attimo ti rendi conto di quanto l'anno scolastico passai velocemente.
Il primo giorno di vacanza ha il colore del cielo di primavera, dei panni disordinati stesi nei cortili interni, dell'arancione delle magliette degli operai che da giorni asfaltano la strada sotto casa.
Se potessi esprimere un desiderio, oggi, chiederei di dimenticare e di aver la forza per andare oltre.
Ogni fine è un nuovo inizio, ma ogni fine rimane anche sempre e solo una fine.
Così anche oggi, nel mio primo giorno di vacanza, finisce una stagione e ne inizia un'altra che vorrei fosse di stazioni, camminate, abbracci e occhi nuovi, di isole e di libri, di poesie e di spazi aperti.
Vado punto e a capo, inciampando tra le righe.
mercoledì 12 aprile 2017
Giorno sessantasette: Le prime scarpe aperte.
L'amore prima dei social era tutt'altra cosa.
Soprattutto, prima dello smartphone.
E anche di Facebook.
Dimenticare era un esercizio che richiedeva volontà, certo, ma soprattutto un po' di tempo.
Bastava questo e in breve si era pronti, non dico per cancellare quel che era stato, che poi nemmeno è giusto, ma almeno per voltare pagina ed eventualmente iniziare un capitolo nuovo.
Oggi, metter la parola fine ad una storia è diventato una replica degli sforzi di Sisifo: quando credi di aver faticato abbastanza per spingere il tuo masso fino in cima alla montagna, ecco apparire una foto sospetta, un aggiornamento di stato ambiguo, un online di troppo e il masso, diventato sempre più pesante per l'energia già impiegata nella salita, torna a rotolare giù dal pendio. E con lui la speranza di portare a compimento il tuo lavoro.
Normalmente scelgo di cancellare dal mio mondo virtuale ogni traccia di ex, in quanto non facente più parte della mia vita reale.
Via!
Pulisco, archivio -magari salvo anche qualcosa- ma poi elimino per evitare di ricadere nella trappola masochistica dell'infinito non concluso.
Niente come qualcosa di ancora aperto, non definito, senza punti a capo, può far male quando si ha ancora in testa una persona.
Questa volta, però, non ce l'avevo ancora fatta.
Così oggi decido di farmi un regalo, forse il più bel regalo degli ultimi dieci mesi: cancellare un numero dalla mia rubrica.
Un numero che è un nome.
Un nome che è una Persona.
Un nome che per troppo tempo è apparso accanto all'icona tonda con dentro la cornetta, in alto sul display del mio telefono.
Un'icona che deve smettere di far capolino su questo schermo.
Non basterà a smettere di pensare a lui, non sono così ingenua da illudermi di questo, ma almeno smetterò di provare la tentazione di scrivergli, di rispondere o di guardare quando è connesso, come tutti, si sa, facciamo.
Anche quelli che dicono di non farlo.
Mentre ragiono sulla questione, me ne vado a spasso con il primo paio di scarpe (quasi) aperte dell'anno e per la prima volta, senza calze.
Adoro stare scalza: la prima cosa che faccio appena entro in casa è liberare i miei piedi.
Amo sentire il pavimento sotto di me, la base concreta a cui ancorarmi, la terra che mi salva riportandomi giù quando la mia tendenza a galleggiare tra le nuvole riaffiora pericolosamente.
I portici sono pieni di gente, alcuni di fretta, altri più rilassati dediti alle chiacchiere o a un gelato da passeggio.
Oggi è il mio primo giorno di vacanza e l'aria che respiro me lo ricorda.
Tutto pare suggerirmi che anche se ho una mole immensa di cose da fare, non accadrà nulla di grave se per questo pomeriggio fingo che non sia così e mi concedo un po' di tempo per me.
Oggi è il primo giorno di vacanza e anche il primo giorno di vacanza da qualcosa che non voglio più, da qualcosa che mi ha risucchiato troppe energie e che è giunto il momento di archiviare.
Oggi libero la mia testa da un pensiero che ha occupato troppo spazio, così come libero i miei piedi dal fastidio delle calze.
Oggi smetto di costringermi dentro a scarpe troppo strette, in attesa di tornare a Sentire veramente, posando i piedi scalzi su qualcosa di fresco e nuovo.
Soprattutto, prima dello smartphone.
E anche di Facebook.
Dimenticare era un esercizio che richiedeva volontà, certo, ma soprattutto un po' di tempo.
Bastava questo e in breve si era pronti, non dico per cancellare quel che era stato, che poi nemmeno è giusto, ma almeno per voltare pagina ed eventualmente iniziare un capitolo nuovo.
Oggi, metter la parola fine ad una storia è diventato una replica degli sforzi di Sisifo: quando credi di aver faticato abbastanza per spingere il tuo masso fino in cima alla montagna, ecco apparire una foto sospetta, un aggiornamento di stato ambiguo, un online di troppo e il masso, diventato sempre più pesante per l'energia già impiegata nella salita, torna a rotolare giù dal pendio. E con lui la speranza di portare a compimento il tuo lavoro.
Normalmente scelgo di cancellare dal mio mondo virtuale ogni traccia di ex, in quanto non facente più parte della mia vita reale.
Via!
Pulisco, archivio -magari salvo anche qualcosa- ma poi elimino per evitare di ricadere nella trappola masochistica dell'infinito non concluso.
Niente come qualcosa di ancora aperto, non definito, senza punti a capo, può far male quando si ha ancora in testa una persona.
Questa volta, però, non ce l'avevo ancora fatta.
Così oggi decido di farmi un regalo, forse il più bel regalo degli ultimi dieci mesi: cancellare un numero dalla mia rubrica.
Un numero che è un nome.
Un nome che è una Persona.
Un nome che per troppo tempo è apparso accanto all'icona tonda con dentro la cornetta, in alto sul display del mio telefono.
Un'icona che deve smettere di far capolino su questo schermo.
Non basterà a smettere di pensare a lui, non sono così ingenua da illudermi di questo, ma almeno smetterò di provare la tentazione di scrivergli, di rispondere o di guardare quando è connesso, come tutti, si sa, facciamo.
Anche quelli che dicono di non farlo.
Mentre ragiono sulla questione, me ne vado a spasso con il primo paio di scarpe (quasi) aperte dell'anno e per la prima volta, senza calze.
Adoro stare scalza: la prima cosa che faccio appena entro in casa è liberare i miei piedi.
Amo sentire il pavimento sotto di me, la base concreta a cui ancorarmi, la terra che mi salva riportandomi giù quando la mia tendenza a galleggiare tra le nuvole riaffiora pericolosamente.
I portici sono pieni di gente, alcuni di fretta, altri più rilassati dediti alle chiacchiere o a un gelato da passeggio.
Oggi è il mio primo giorno di vacanza e l'aria che respiro me lo ricorda.
Tutto pare suggerirmi che anche se ho una mole immensa di cose da fare, non accadrà nulla di grave se per questo pomeriggio fingo che non sia così e mi concedo un po' di tempo per me.
Oggi è il primo giorno di vacanza e anche il primo giorno di vacanza da qualcosa che non voglio più, da qualcosa che mi ha risucchiato troppe energie e che è giunto il momento di archiviare.
Oggi libero la mia testa da un pensiero che ha occupato troppo spazio, così come libero i miei piedi dal fastidio delle calze.
Oggi smetto di costringermi dentro a scarpe troppo strette, in attesa di tornare a Sentire veramente, posando i piedi scalzi su qualcosa di fresco e nuovo.
martedì 11 aprile 2017
Giorno sessantasei: la mano fuori dal finestrino.
Ogni anno la stessa storia: arriva il caldo inatteso, senza preavviso.
Succede sempre così: al mattino giacca, foulard al collo e anfibi.
Poi esco da scuola verso l'una e mi sento fuori luogo come un'idiota impellicciata su una spiaggia rovente a ferragosto.
È arrivato il tanto temuto momento del "non esistono più le mezze stagioni", quel drammatico periodo dell'anno in cui capisci che non hai mai le cose giuste da metterti, che ogni paio di pantaloni, ogni giacca, non staranno mai bene con tutto il resto del tuo guardaroba, che per quante tshirt, camicie o gonne tu abbia, mai nessuna si potrà combinare in maniera sensata con le tue scarpe.
È arrivato quel momento in cui tutto viene messo in discussione: quest'anno, pensavi mentre ancora andavi in giro felicemente imbacuccata nella tua sciarpa di lana extra large, non mi frega: ho finalmente le scarpe giuste da mettere nella stagione di mezzo, ho comprato in saldo quell'impermeabile leggero che ad Aprile sarà perfetto e via dicendo.
Continui soddisfatta nei tuoi deliri mentali, mentre sai benissimo che invece, alla fine, nemmeno quest'Aprile sarà il momento adatto per sentirti finalmente a posto.
No, non sarà l'occasione giusta per smettere di andare in giro come una goffa adolescente scappata di casa in canotta e stivali di pelo.
No, perché di nuovo, ancora e forse per sempre, un giorno sarà inverno pieno con cieli grigi e piogge tropicali ad inzupparti quando avrai deciso, sbagliando, ovviamente, di indossare le prime scarpe aperte della stagione.
Ma il giorno dopo, sarà estate e guarda caso, quel giorno, tu avevi riesumato dall'armadio quei jeans pesanti e gli stivali di pelle, visto il tempaccio del giorno prima.
E sarà così per un bel po' di settimane, le settimane dell'imbarazzo, quelle in cui pensi che se nemmeno a trentasei anni sai ancora come devi vestirti, allora, forse non lo imparerai mai.
Ma in tutta questa inadeguatezza, in tutto questo sentirsi incapaci di fare la scelta migliore, succede sempre una piccola magia.
Di solito in una domenica di sole o in una delle prime sere davvero tiepide dell'anno: entri in macchina e senti forte il desiderio di far entrare un po' di aria da fuori.
E mentre guidi disteso o ti godi il viaggio, sul sedile del passeggero, riaffiora quel naturalissimo gesto del mettere la mano fuori dal finestrino e di lasciarla andare all'aria profumata di caldo.
È un gesto che sa di libertà infantile, di quelle cose che non andrebbero fatte, ma che in fondo non riesci proprio ad evitare.
Te ne vai in giro con la mano a penzoloni, ogni tanto la ammiri nello specchietto e in un istante ritorni indietro, mentre fuori tutto sembra restare uguale a quelle quasi estati di qualche anno fa.
Invece di cose ne sono cambiate tante.
Ma poco importa.
Adesso ti godi il sapore delle notti lunghe che tornano, il profumo dell'erba appena tagliata che entra dal finestrino, la mano che si lascia cullare dalla velocità.
Il gusto delle cose che ancora non sono.
Così, nella solita inadeguatezza di un Aprile quasi Agosto.
Succede sempre così: al mattino giacca, foulard al collo e anfibi.
Poi esco da scuola verso l'una e mi sento fuori luogo come un'idiota impellicciata su una spiaggia rovente a ferragosto.
È arrivato il tanto temuto momento del "non esistono più le mezze stagioni", quel drammatico periodo dell'anno in cui capisci che non hai mai le cose giuste da metterti, che ogni paio di pantaloni, ogni giacca, non staranno mai bene con tutto il resto del tuo guardaroba, che per quante tshirt, camicie o gonne tu abbia, mai nessuna si potrà combinare in maniera sensata con le tue scarpe.
È arrivato quel momento in cui tutto viene messo in discussione: quest'anno, pensavi mentre ancora andavi in giro felicemente imbacuccata nella tua sciarpa di lana extra large, non mi frega: ho finalmente le scarpe giuste da mettere nella stagione di mezzo, ho comprato in saldo quell'impermeabile leggero che ad Aprile sarà perfetto e via dicendo.
Continui soddisfatta nei tuoi deliri mentali, mentre sai benissimo che invece, alla fine, nemmeno quest'Aprile sarà il momento adatto per sentirti finalmente a posto.
No, non sarà l'occasione giusta per smettere di andare in giro come una goffa adolescente scappata di casa in canotta e stivali di pelo.
No, perché di nuovo, ancora e forse per sempre, un giorno sarà inverno pieno con cieli grigi e piogge tropicali ad inzupparti quando avrai deciso, sbagliando, ovviamente, di indossare le prime scarpe aperte della stagione.
Ma il giorno dopo, sarà estate e guarda caso, quel giorno, tu avevi riesumato dall'armadio quei jeans pesanti e gli stivali di pelle, visto il tempaccio del giorno prima.
E sarà così per un bel po' di settimane, le settimane dell'imbarazzo, quelle in cui pensi che se nemmeno a trentasei anni sai ancora come devi vestirti, allora, forse non lo imparerai mai.
Ma in tutta questa inadeguatezza, in tutto questo sentirsi incapaci di fare la scelta migliore, succede sempre una piccola magia.
Di solito in una domenica di sole o in una delle prime sere davvero tiepide dell'anno: entri in macchina e senti forte il desiderio di far entrare un po' di aria da fuori.
E mentre guidi disteso o ti godi il viaggio, sul sedile del passeggero, riaffiora quel naturalissimo gesto del mettere la mano fuori dal finestrino e di lasciarla andare all'aria profumata di caldo.
È un gesto che sa di libertà infantile, di quelle cose che non andrebbero fatte, ma che in fondo non riesci proprio ad evitare.
Te ne vai in giro con la mano a penzoloni, ogni tanto la ammiri nello specchietto e in un istante ritorni indietro, mentre fuori tutto sembra restare uguale a quelle quasi estati di qualche anno fa.
Invece di cose ne sono cambiate tante.
Ma poco importa.
Adesso ti godi il sapore delle notti lunghe che tornano, il profumo dell'erba appena tagliata che entra dal finestrino, la mano che si lascia cullare dalla velocità.
Il gusto delle cose che ancora non sono.
Così, nella solita inadeguatezza di un Aprile quasi Agosto.
https://www.youtube.com/watch?v=ELv1ABkLdxc
(foto dal web)
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