martedì 13 giugno 2017

Giorno centouno: San Salvario non esiste.

San Salvario non esiste.
Con queste parole inizia una bizzarra passeggiata tra le vie di uno dei quartieri più affascinanti della mia città.
Domenica pomeriggio, cielo umido, l'afa estiva in anticipo sulla tabella di marcia.

San Salvario, il santo, forse non esisterà.
Esisteva però San Salvatore di Campagna a cui era dedicata una chiesetta di zona, nome successivamente storpiato in “San Salvari” in dialetto piemontese.

Ed esiste, di questo ne sono certa, il quartiere che ho percorso per infinite volte, quello che conosco e amo, quello che ancora fa male perché nasconde tra i suoi marciapiedi una ferita non sanata.
La mia ferita aperta ha lo stesso cattivo odore che sale dall'asfalto il giorno dopo la movida del sabato notte, ha il colore consumato dei muri scrostati, si chiama ricordo.
Certi occhi ti restano dentro per un tempo infinito e non esiste rimedio capace di cancellarli.

Nemmeno rimedio omeopatico.

Già, perché tra le tante cose che ho imparato passeggiando disordinatamente insieme ad un gruppo di sconosciuti, c'è questa: in via Cesare Lombroso c'era (e tutt'oggi ne rimane traccia in un edificio abbandonato pieno di calcinacci, targhette recanti i cognomi dei medici e stanze vuote) il primo ospedale omeopatico della storia italiana, un ospedale statale, addirittura, costruito per volere dei Savoia alla fine dell'Ottocento.
Oggi è uno di quegli spazi vuoti destinati ad un lento e inesorabile degrado, ma che sarebbe bello poter recuperare per regalargli una nuova vita.
Proprio di fronte l'antico orfanotrofio israelitico e poche strade più in là la moschea, dove veniamo accolti cordialmente nel giorno delle “moschee aperte”, giorno che coincide con la fine del Ramadan.
Ci tratteniamo una decina di minuti ad ascoltare con piacere uno dei responsabili della moschea.
È un signore dalla barba grigia e dai modi gentili che ci parla dell'Islam e del desiderio di far conoscere quello che accade dentro le moschee agli italiani, perché, in fondo, tante volte si ha paura di qualcosa solo perché non lo si conosce.
Ci invita a fermarci a mangiare insieme a loro per cena: in strada si stanno preparando lunghe tavolate per festeggiare con i vicini di casa la fine del Ramadan, tutti seduti allo stesso tavolo: veli, dialetti del sud, accenti piemontesi, leggins, cani e bambini.
Il canto del Muezzin indica l'inizio della preghiera.
Usciamo dalla moschea e ci dirigiamo verso il cine-teatro Baretti, altro luogo emblematico dove in una piccola sala tutti gli anni, si ripete il rito dei migliori film in circolazione e di interessanti spettacoli teatrali. Ricordo con piacere Rossy De Palma, la “Dama Picasso” e la sua commovente interpretazione del “Romancero gitano” di Lorca.
Ma prima del Baretti, e prima ancora della moschea, San Salvario ci regala la sorpresa di un orto urbano sul tetto di uno studio di architettura.
L'orto sul tetto, oltre a fornire zucchine e peperoni ai condomini, coibenta perfettamente l'edificio regalando un piacevole fresco a chi ci lavora dentro.
E poi di nuovo passeggiando, senza apparente meta, intrufolandoci in palazzi chiusi e sbirciando nelle vite degli altri, inciampiamo nelle figure mostruose scolpite sui palazzi eleganti, scivoliamo sulle pietre d'inciampo disseminate tra i marciapiedi, ci perdiamo senza fretta tra le bancarelle di un divertente mercatino del fumetto dove conosciamo un simpatico signore greco che alla domanda “ Ma tu, cosa vendi?” risponde sornione “ Io vendo la mia anima”! (in realtà si tratta di spillette dalle fogge più disparate).

Una passeggiata stramba, dal gusto lievemente anarchico mi riconsegna la mia San Salvario.
Proseguo, distratta da un uomo di spalle a una finestra aperta al pian terreno (quella nuca! Accidenti! Ho un debole per le nuche ben fatte, soprattutto per quello che me ne ricordano altre che dovrei scordare).

La voce calda del conduttore della nostra camminata è come un programma radiofonico che fa da sfondo ai miei passi, come una radio lasciata a volume basso per farmi compagnia.
Ogni tanto carpisco qualche parola, assorbo dettagli, mi soffermo ad ascoltare aneddoti.
Sorrido.

Mi piace questo andamento inusuale, dove individuo e collettivo si fondono in maniera anomala ma armoniosa.
In fondo sto passeggiando con un gruppo di sconosciuti per il puro gusto di riappropriarmi di uno spazio mio, mio come di chiunque altro.
Non è forse questo uno spunto per ripensare la cultura dal basso?
Un tentativo di recuperare il significato originario della parola "cultura", quello che più si avvicina al "coltivare"?
Cultura come terra che dà buoni frutti, libera finalmente dello sguardo snob ed esclusivo di chi la concepisce come un prodotto per pochi eletti.

Rifletto su questo, cammino e sorrido.

Ma soprattutto mi guardo intorno, guardo in faccia il mio ricordo e forse per la prima volta lo abbraccio, accetto l'impossibilità di cancellarlo, il desiderio che si affievolisca.
Convivere con ciò che non è più, è forse la più grande delle fatiche per me.
Ma in questa domenica dal sapore strambo tutto pare essere al posto giusto: le vetrine dei cingalesi piene di vodka, il Toretto che sputa acqua fresca, l'arabo e il catanese davanti allo stesso portone.

Tutto convive senza troppi drammi, oggi, qui, in questo quartiere che da sempre e nonostante tutto sa accogliere ed esser la casa di tutti.

Oggi San Salvario é anche casa mia.

La casa di tutti.















sabato 10 giugno 2017

Giorno cento: coriandoli a colazione.

Cento giorni fa ho aperto questo blog.
Cento giorni fa cercavo uno spiraglio di luce, un modo per riappropriarmi della bellezza a cui avevo smesso di essere fedele.
Ricordo bene che l'idea di fermare la poesia nascosta di tutti i giorni mi venne in un sabato mattina mentre me ne andavo a zonzo senza meta tra i banchi del mercato più grande d'Europa: Porta Palazzo.
Ero estasiata, ubriaca di colori e di suoni, immersa nello splendore di infiniti stimoli come un biscotto inzuppato nel latte.
E come spesso mi accade quando vago senza fretta come un flaneur innamorato della mia città, ho iniziato a pensare che era un peccato sprecare tutta quella meraviglia, che ci voleva un modo per fermarne almeno un po', un tentativo semplice di raccoglierne qualche granello.

Oggi è il mio primo giorno di vacanza, o per meglio dire, il primo giorno dopo la chiusura della scuola.
In realtà di lavoro ne ho ancora parecchio fino a fine mese, ma lo spirito è già quello di chi è libero da impegni e sente la felicità di riprendersi un po' del suo tempo.
Così me ne torno in uno dei miei luoghi del cuore, quello dove tutto è iniziato, uno di quei posti che devo calpestare, odorare, accarezzare almeno una volta al mese per star bene.

Il mercato di Porta Palazzo è una grande matassa di lingue e colori ingarbugliati, voci africane, contadini piemontesi e meridionali, frutta e verdura come coriandoli di un carnevale quotidiano.
Qui i commercianti arrivano quando ancora è buio per montare i loro banchi, c'è tutto un mondo nascosto che inizia a palpitare di notte e che esplode in un tripudio di rumori, mani veloci -a volte troppo- sul palcoscenico del nuovo giorni, tutti pronti ad interpretare la loro parte migliore per impressionare il pubblico che riempie la piazza fino al tardo pomeriggio.

Poco più in giù, scendendo verso la Dora, la piazza ampia lascia il posto a strette stradine dall'aspetto di un vecchio borgo su cui affacciano condomini bassi e spesso fatiscenti, accanto a facciate fresche di colori nuovi.
Il vecchio, l'abbandono, il degrado e la decadenza qui vanno a braccetto con il nuovo, con la voglia di recupero, con i giovani -e meno giovani- che vogliono fortemente salvare questa parte affascinante piena di storie da raccontare.

Stamattina, in un sabato dal cielo lieve, lo raccontavano anche un gruppo di attori di teatro con il loro spettacolo per strada davanti alla Gelateria Popolare.
Tra le bancarelle dei giovani artigiani e degli indiani coi loro gioielli di pietre dure e stoffe, tra oggetti appartenuti a chissà chi e libri rinvenuti nelle cantine di qualcuno che ormai non c'è più, fiorisce, spumeggiante, una nuova voglia di vivere di nuovo la strada, di restituire dignità a certi angoli della città dotati di rara bellezza e per troppo tempo maltrattati.
Torino sembra essere rinata: lo senti ovunque, lo percepisci dai tavolini sempre pieni di turisti e cittadini che un tempo riposavano come vedove tristi.
Lo senti dal rumore e dalle voci, dai locali nuovi che non smettono di aprire regalando una nuova faccia diversa alla città. Come se qualcuno di ritorno da un lungo viaggio per il mondo portasse con sé ricordi da esporre nelle vetrinette di casa, mischiando l'abituale con l'estraneo, il nuovo con il consueto.

Ogni angolo è visione, movimento e vita.
Ogni istante di questo sabato mattina è ritrovare pezzi sparsi di me, lasciati tra la folla o nel silenzio delle gallerie ombrose, dove vien voglia di fermarsi a sorseggiare un vermuth leggendo il giornale.

Passeggio senza meta, di nuovo, e in questo girovagare pieno di bellezza mi ricongiungo con qualcosa che era andato perduto.
In una mattinata perfetta di inizio estate.













venerdì 9 giugno 2017

Giorno novantanove: l'ultimo giorno di scuola.

L'ultimo giorno di scuola è un giorno molto importante.

In lui convivono sentimenti ed emozioni violente e contrastanti.
L'ultimo giorno di scuola è la leggerezza della libertà colorata come i palloncini che lasciamo volare in alto per salutare i bimbi della quinta, quelli che chiudono un ciclo e aprono un nuovo capitolo della loro vita.
Ma è anche il giorno delle lacrime per qualcosa che finisce,
dei saluti, per qualcuno che non rivedremo per giorni, settimane, mesi.
Per qualcuno che non torneremo ad incontrare.

Il mio ultimo giorno di scuola ha il sapore degli abbracci più veri che mi siano stati concessi dalla vita, degli occhi vivaci che mi salutano in silenzio.

Ha il profumo di una serata che mi fa tornare ventenne, quando si andava a ballare la nostra musica, quando il palco si accendeva di chitarre e batterie, quando si fumava di nascosto e se si veniva scoperti si diceva che i vestiti puzzavano perché gli amici fumavano.

Il mio ultimo giorno di scuola sa di birra e occhi giovani, ha il sorriso di un semi- sconosciuto incontrato per caso in un viaggio verso Roma e che oggi canta su un palco, ha la voglia di una risata e di un abbraccio nuovo, di qualcuno che non c'è, che non esiste, ma di cui mi pare di poter immaginare il profilo e l'odore.

Il mio ultimo giorno di scuola è un po' nostalgico e un po' felice.
Sono stanca, anzi, sono distrutta, ma domani la mia sveglia suonerà più tardi e da lunedì le lezioni saranno finite, sarò più libera e avrò più tempo per me.

Vorrei che certe notti d'estate non finissero, perché è qui che si nasconde, assopito tra le strade vuote delle periferia, il segreto vero della felicità: il tempo passa e tu ti senti sempre uguale, come se la cosa non ti riguardasse, come se davvero fosse incredibile che la gente continua a nascere dopo di te, come se, quando ti chiamano "signora"stessero parlando ad un'altra.

L'ultimo giorno di scuola, quest'anno, ho cancellato un numero che non devo più vedere e ho aperto uno spiraglio verso qualcosa di nuovo.

Perché vorrei che finalmente fosse l'ultimo giorno di qualcosa che ormai non ha più senso di esistere e soprattutto, il primo di qualcosa di diverso.

Non so se tutto questo abbia un senso, non so se la vita mi darà una nuova possibilità, ma mi piace pensare che tornerà l'estate anche per il mio cuore anestetizzato, inebetito da un anno di dolore, mi piace sperare che la prossima notte stellata sarà per me e per un paio di occhi nuovi.




sabato 3 giugno 2017

Giorno novantotto: quando il pavone fa la ruota.

Il pavone fa la ruota per impressionare la femmina sfoderando tutto la sua colorata bellezza, durante il periodo degli accoppiamenti.
Oppure per spaventare un altro animale dal quale vuole difendersi.

Le persone, più o meno, fanno la stessa identica cosa.
Non tutte le persone, ovviamente.

C'è chi di motivi per pavoneggiarsi ne ha davvero pochi, eppure la sua coda la apre eccome, mostrando orgogliosamente anche qualcosa che non ha.
E incredibilmente funzione: funziona che ciò che fai vedere, anche se non c'è, lo vedono anche gli altri.

Poi, invece, ci sono quelli che nascono pavoni, ma si credono tacchini.

Credersi tacchino, anche quando si ha un corredo di penne multicolore significa avere una vita piuttosto difficile.
Fortunatamente, però, a volte succede che per qualche strana coincidenza della vita ti ricordi di averle quelle penne.
Improvvisamente ti ricordi che anche tu possiedi qualcosa di bello, ma sei talmente abituata a tenerlo così nascosto che nemmeno ci credi più.

Succede quando qualcuno ti dice che i tuoi sono gli abbracci migliori che abbia mai provato o che le tue gambe sono più belle di quelle di una ventenne. Succede quando un tuo alunno ti chiede scusa per averti fatto arrabbiare perché tu sei la maestra più brava che si possa desiderare, o ancora, che le tue foto raccontano bene il sentimento di certi luoghi.

Accade, ma solo per quale istante.

Succede, sì: solo che tu sei un tacchino e allora nemmeno ti viene da farla una ruota, al massimo una ruotina che dura sì e no cinque minuti e poi ti dimentichi di nuovo di avere un motivo per sentirti felice di come sei.
Non per vantarti, per carità, che la gente vanitosa non l'hai mai sopportata.
Ma almeno per sentirti soddisfatta di quello che sei, per smettere di sentirti inadeguata e mai all'altezza delle situazioni.

Pensavo a questa stramba teoria del tacchino e del pavone ieri, mentre me la vagavo con qualche amico per le vie della città, in una zona poco battuta e semideserta per via del giorno festivo.
D'un tratto, svoltato un angolo, sul muro di un palazzo appare questo murales meraviglioso raffigurante, appunto, un pavone.

Ci sono giorno, come questi, in cui certe nostalgie riaffiorano lievi, complici ricorrenze che non vorresti ricordare e allora ti trovi a chiederti il perché, invece di perde tempo nel tuo stato di tacchino che si sottostima, non inizi a fare la ruota anche tu, ogni tanto.
Una ruota rapida, per carità, una cosa da poco, giusto il tempo necessario a ricordarti che la tua bellezza, quella vera che in pochi sanno vedere, è una cosa preziosa che non va sprecata con chi non merita di assaporarla o con chi l'ha vista, l'ha catturata, ma per paura ha preferito girarsi dall'altra parte senza tuttavia lasciarti libera di andare avanti per la tua strada.

Oggi va così.

Perché aprire un blog tentando di catturare la poesia del quotidiano, cercare di celebrare la bellezza delle cose semplici ed entusiasmarsi per i dettagli inattesi mica significa esser ciechi, mica vuol dire diventare degli ottimisti ottusi: la vita certi giorni è davvero dura e io non ho mai detto il contrario.
Ma in fondo c'è sempre un buon motivo per coglierne anche la meraviglia, quella più nascosta.
A guardar bene c'è sempre una ragione valida per innamorarsi delle nostre esistenze, c'è sempre un motivo per esibire sorridendo le penne colorate che ognuno di noi nasconde dentro di sé.
E quel murales incontrato per caso, stava lì a guardarmi per ricordarmelo.














martedì 30 maggio 2017

Giorno novantasette: Se ami qualcuno lascialo andare.

È sempre difficile tornare in un luogo dove si è stati felici.
È difficile ma è parte dell'inevitabile percorso di crescita che tutti, prima o poi, ci troviamo ad affrontare.
Crescere significa anche questo: imparare a guardare in faccia la realtà, spolverandola dalla patina luminosa che ogni pericolosa tendenza a idealizzare le regala.

Torno qui dopo quasi due anni di assenza.
Torno qui e mi sembra di non esser mai partita.

Gli odori dei calamari fritti che esce dai bar pieni di storie da raccontare, i pavimenti sporchi ricoperti da un tappeto di salviettine di carta leggera e stuzzicadenti usati, le facce dei passanti che sanno essere cordiali se hai voglia di scambiare due parole con uno sconosciuto per sentirti meno solo: nulla è apparentemente cambiato.
Nemmeno il rumore dei passi rapidi sulla scale della metro, la voce negli annunci che scandisce i nomi poetici delle fermate, la sorpresa di qualcosa di nuovo ad ogni angolo.

Il cielo, ecco, solo il cielo, mi pare diverso da quello che conosco.
Un cielo stranamente indefinito di un noncolore grigiastro di nuvole e celestino sbiadito: nulla in confronto al blu pieno che riempie normalmente ogni angolo libero tra i palazzi.
Un cielo un po' stanco che mi accoglie e mi accompagna -salvo per l'eccezione di pennellate gonfie di bianco su un azzurro deciso di mezzo pomeriggio- in questi due giorni rubati alla mia vita di sempre.

Mi abbandono completamente alle sensazioni, lascio che mi invadano, che mi percorrano, senza opporre resistenza, senza cercare di capire, senza giudicarmi.
Affronto questa parentesi senza aspettative.
Non forzo gli eventi, lascio che le cose vadano come devono andare, mi affido certa che succederà la cosa migliore.
Non so esattamente se il mio bramare il ritorno sia attaccamento a un'idea che di questo luogo mi sono costruita vivendoci o piuttosto un vero desiderio da cui non riesco a liberarmi.

Quello che però so per certo è che qui mi sento a casa come in nessun altro posto al mondo.

Nonostante da casa sia parecchio distante.
Nonostante adesso la mia casa sia di nuovo altrove.
Nonostante il flusso ininterrotto di persone che mi rende un corpo invisibile tra tanti altri.
Nonostante questa lingua che amo nasconda ancora in sé una serie infinita di piccole insidie impercettibili.

Forse amare significa davvero imparare a lasciar andare.
E allora oggi, per la prima volta, Amo davvero questa città della quale fino a poco fa ero prigioniera, vittima di un feroce innamoramento dal quale non sapevo uscire illesa.

Non ho chiaro se questo è il momento in cui smetto di desiderare o quello in cui inizio a sentire che anche lontano da qui, ciò che questa città mi ha insegnato, io lo porterò dentro ovunque vada.
Forse solo mi abbandono all'evidenza che anche da lontano, per ora, questo amore può esistere ancora.
Forse smetto di volere ciò che non ho, non dimenticandolo, ma solo lasciandolo lì, sospeso, in attesa di quando sarà il momento di un eventuale ritorno.
Ma questo dubbio lieve non porta con sé amarezza.
Ha, piuttosto, un piacevole retrogusto nostalgico che diluisco nel mio secondo bicchiere di birra bionda e fresca.
Torno ad abbracciare il mio "regno del tutto è possibile" dopo una lunga distanza necessaria a capirlo e a capirmi, dopo una lontananza che è servita a farmelo desiderare ancor di più, ma anche a salutarlo senza più lacrime.

Oggi faccio pace con queste strade che mi appartengono anche a chilometri di distanza, con i marciapiedi e le notti che sembrano non finire mai, oggi riassaporo la sensazione di vita nuova e rivelazione che qui avvertivo.
Oggi dimentico il dolore lacerante della separazione, l'amarezza del desiderio incompiuto, perché so che ormai questa città fa parte di me come io faccio parte di lei, perché sento che il mio non viverla più non mi priva di nulla, perché forse, prima o poi, tornerò qui con una nuova valigia e una nuova storia tutta da scrivere.
E niente sarà com'è stato.
Se sarà, sarà semplicemente un'altra cosa, com'è giusto che sia.
Oggi accetto che tutto vada come deve andare e in questo non c'è rassegnazione, non c'è passività.
C'è la gioia del sentirsi parte di un luogo che non abbandonerai mai, dal quale anche se ti allontani sai che sarà per poi tornare.

Con gli occhi spalancati sulla bellezza e il cuore pieno di gratitudine.















venerdì 26 maggio 2017

Giorno novantasei: Inspiro, ispiro. La magia delle parole.

Inspirazione: atto dell'inspirare, immettere aria nei polmoni dall'esterno.
Ispirazione: estro creativo, impulso alla creazione artistica.

Curioso come queste due parole, apparentemente estranee tra loro, siano separate da una sola, piccola lettera: la "n".
Sono due termini che appaiono distanti nei loro significati, ma che in realtà hanno un legame speciale che le unisce.
Me ne sono accorta stamattina tornando dalla piscina.

Il Venerdì mattina è sempre un momento privilegiato per me.
Un momento di inspirazione -mai come durante l'attività fisica diventa fondamentale saper respirare nel mondo giusto- e di profonda ispirazione: aspetto l'autobus osservandomi intorno, i dehors sono pieni di gente che chiacchiera o sfoglia il quotidiano in compagnia di un caffè, ci sono anziani che trascinano con passo incerto i loro carrellini della spesa verso il vicino mercato, la vita di quartiere scorre al suo consueto ritmo quotidiano.
Amo la semplicità di questi fotogrammi di consuetudine.
Non so perché, ma il semplice fatto di starmene immersa in questo quadro vivente che non racchiude in sé nulla di straordinario mi riempie di ispirazione, stimola centinaia di collegamenti, idee, richiama immagini in un concatenarsi incessante di ipotesi, possibilità, fantasie.

Ci ripenso adesso davanti alla mia seconda colazione fatta di caffè americano a ciambellone (questo è un altro dei motivi che mi fanno amare il Venerdì): ogni atto creativo è un movimento che parte dall'esterno per arrivare dentro, sin nelle vene di chi osserva e Sente, per poi tornare fuori trasformato, incarnato in parole immagini o in qualsiasi altra forma di espressione.

Ispirare, inspirare.
In fondo non c'è molta differenza tra l'atto del respirare, del prendere ossigeno e quello del creare lasciandosi accendere da ogni piccolo stimolo esterno.

Si inspira e ci si lascia ispirare per lo stesso motivo: Vivere.






mercoledì 24 maggio 2017

Giorno novantacinque: trantacinque gradi in attesa della libertà.

Giorno novantacinque, sono fuori tempo massimo.
Avevo promesso di scrivere un post al giorno e tante volte non ci sono riuscita.

Le ore di una giornata non bastano mai quando lavori tanto e provi a farlo bene, ma soprattutto quando oltre a lavorare vuoi anche vivere e allora fatichi a rinunciare alle tue passioni, anzi, proprio non hai alcuna intenzione di farlo!
Così arrivi alla fine di Maggio, al tuo novantacinquesimo giorno da quando hai deciso di accettare una sfida che ti sei lanciata da sola e un po' ti arrabbi con te stessa per non esser riuscita esattamente nel tuo intento, ma poi sorridi e ti dici che va bene lo stesso, che in fondo se non sei riuscita a scrivere un post al giorno poco importa, l'importante è che tu quelle ragione per sorridere le abbia trovate nel quotidiano anche se non sono finite su questa pagina.

Giorno novantacinque, meno dieci alla libertà.

Il nove Giugno finirà la scuola.

Poi restano ancora parecchi giorni di lavoro: burocrazia, adempimenti vari, pratiche noiose che non dovrebbero nemmeno toccare a un insegnante, ma sarà tutto meno intenso.
Torneranno le lunghe giornate dai ritmi più distesi, la sveglia smetterà di essere il mio peggior nemico, finalmente potrò dedicarmi alle mie camminate, ai giri in bici con la macchina fotografica al collo, a leggere senza dover scegliere se dedicare mezz'ora a quelle pagine o al sonno.
Mi aspetta un'estate colorata di idee, movimento e luce.
Ho in cantiere sogni e progetti.
Ci sono cose da muovere e altre che arriveranno da sole.
Ci pensavo oggi sorridendo mentre tornavo a casa.

Sono giorni molto stancanti, mi accorgo di trascinarmi dalla fatica che faccio a scegliere cosa indossare al mattino, dalle scarpe che non c'entrano molto con il resto dei vestiti, dai capelli che non ho tempo di andare a tagliare.

Eppure, nonostante tutto questo, sto bene.

Non lo dico per convincermene, come qualcuno sostiene, lo dico perché lo sento.
Stare bene ed essere felici sono due concetti che stanno vicini l'uno all'altro, si sfiorano, si fondono in una cosa sola.
Anche quando senti che ti manca qualcosa, anche quando comprendi che la perfezione non esiste e che la felicità non è quella preconfezionata con cui sei stato cresciuto dal mondo in cui vivi.
Anzi, forse proprio quando comprendi che felicità e perfezione non sono sinonimi inizi realmente a vivere.
Accetti le tue imperfezioni, abbracci le tue mancanze, ti perdoni, impari a dare spazio a quello che sarà, smettendo di rincorrere, di forzare, di aspettare.

Giorno novantacinque.

Oggi non è successo niente di speciale a parte trovarmi nel piatto una fetta di pollo a forma di cuore, leggere centinaia di messaggi di una persona che ormai sento di poter lasciar andare senza più dolore, pensare a una valigia per un ritorno importante, sentire che sto bene anche nella mia meravigliosa vita imperfetta.