Giorno ottantasette, ottantotto, ottantanove.
Giovedì, Venerdì, Sabato.
Dire, fare, (non)baciare, lettera, testamento.
Ma fare, soprattutto fare.
Fare così tanto da non potersi nemmeno ritagliare mezz'ora per scrivere.
Fare perché non hai scelta (o così credi).
Fare senza accorgerti di fare troppo.
Entra, esci, corri, vai, torna.
Lavoro, piscina, teatro, scuola, casa, amici.
Parla, correggi, condividi, rifletti, infila il costume, entra in vasca, fatica, prepara lezioni, stai otto ore a scuola, passa l'aspirapolvere, cambia asciugamani, cucina, svuota la lettiera dei gatti, porta fuori la spazzatura, compila progetti, cura le relazioni con le famiglie, perdi tempo in noiose questioni burocratiche, prenota una visita al telefono, taglia i capelli, organizza un fine settimana.
E poi esci, vieni, vai, torna, saluta, parla, abbraccia, scrivi, commenta, spostati in macchina, a piedi, in metro.
Respira.
Adesso, però respira.
Dopo un giovedì di super lavoro, un venerdì sera che finisce troppo tardi per un sabato mattina con una sveglia presto, troppo presto, un workshop di story telling, un pranzo tra amici, una sera al cinema e una passeggiata di un'ora nella piacevole tenerezza delle temperature di Maggio, apro la porta e mi dico: basta!
Respira.
Non farò il letto, non sistemerò i libri sul tavolo, non metterò a posto i cuscini sul divano.
Lascerò i vestiti accumularsi in una montagna scomposta sulle sedie del soggiorno e della camera da letto, le scarpe all'entrata, i bicchieri da lavare.
E la mia vita continuerà, esattamente come prima. Non accadrà nulla, solo ci sarà meno perfezione e più libertà, la libertà del fermarsi, del dire di no, del buttarsi in un letto disfatto e dormire senza preoccuparsene.
Il gusto del non fare quello che andrebbe fatto.
Un piacere da assaporare alla quasi mezzanotte di un sabato sera qualunque, alla vigilia di una domenica lenta e senza programmi.
Un post al giorno per un anno, per riscoprire insieme che ci sono almeno trecentosessantacinque motivi per cui essere felici. Esercizi di stupore quotidiano per non perdere la voglia di cercare ovunque la Bellezza delle piccole cose.
sabato 13 maggio 2017
mercoledì 10 maggio 2017
Giorno ottantasei: imparare a perdonarsi.
Della pioggia di questi giorni, dei cieli grigi di Maggio, amo la sensazione dell'inverno che si trascina ancora un po' prima di lasciar spazio alla luce abbagliante e al calore opprimente dell'estate, mentre le temperature, intanto, si fanno già più dolci.
La pioggia in questa stagione è lieve, sembra cadere per accendere le piante di un verde ancor più vivo e per regalare acqua ai fiori nuovi che riempiono i prati con macchie vivaci.
La pioggia in macchina, soprattutto, trovo sia piacevole.
Il ticchettio leggero delle gocce sul tettuccio, i piccoli cerchi perfetti sul parabrezza, le gemme trasparenti che si posano sullo specchietto dal lato del guidatore.
Le matasse di nuvole scure sono enigmi da risolvere, hanno sagome affascinanti, nascondo la forza di qualcosa che verrà portando cambiamenti.
Se è vero che i cani finiscono per assomigliare ai loro padroni, è altrettanto vero che le macchine subiscono la stessa sorte.
La mia macchina è una vecchia ma affascinante Lancia y grigio chiara, niente di particolare, uguale a tante altre in giro.
Ha quasi quindici anni, eppure a me sembra sia nuovissima.
La carrozzeria ammaccata in molti punti, colpa della mia mancanza di cura in certe manovre di precisione in passato e anche della poca delicatezza di qualcuno incontrato durante gli anni: sconosciuti che arrivavano e poco dopo scomparivano non senza lasciare cicatrici e bolli ancora oggi evidenti.
In fondo siamo quello che siamo grazie - o a causa- di quello che abbiamo vissuto.
La mia macchina è rispettabile, certo.
Svolge la sua funzione com'è chiamata a fare: ogni tanto, non troppo spesso, a dire il vero, perché preferisco di gran lunga i piedi o la bici, mi porta da un punto all'altro della città senza fare storie, a volte facciamo qualche gita fuori porta.
Non le ho mai chiesto cose speciali, nemmeno mi sono mai sognata di fare con lei un lungo viaggio in autostrada.
Molto probabilmente perché non la reputo in grado: non abbastanza affidabile, non abbastanza prestante.
Esattamente com'ero solita fare pensando a me stessa.
Chiedere il minimo, senza avere grandi aspirazioni, accontentarsi delle briciole, pensando che forse non potevo pretendere di meglio.
Bene, oggi le cose stanno un po' diversamente.
La carrozzeria dismessa non è sinonimo di scarsa qualità.
Ho promesso a me stessa che appena smetterà di piovere inizierò a prendermi cura regolarmente della mia macchina, la laverò più spesso e ne pulirò gli interni.
Io credo che i nostri oggetti parlino profondamente di noi, molto di più di quanto siamo abituati a pensare.
Le attenzioni che dedichiamo alle nostre cose, lo stato in cui le manteniamo in vita o le lasciamo lentamente morire senza intervenire sul passare del tempo, sono molto di più che dettagli insignificanti.
Avere cura di ciò che indossiamo, dell'auto che guidiamo, delle scarpe che mettiamo ai piedi è il modo in cui proiettiamo al di fuori l'idea che abbiamo di noi stessi.
Per questo mi chiedo scusa, oggi, per non essermi curata abbastanza, perché tanto, non mi sentivo all'altezza, per aver lasciato che le situazioni mi consumassero senza intervenire per cambiarne la direzione, per non aver lavorato sulle ammaccature, i bolli, le righe della carrozzeria, perché in fondo, pensavo, basta che io vada avanti, come tutti si aspettano che faccia.
Oggi mi chiedo scusa per tutte quelle volte che ho sbagliato e non mi sono perdonata.
Perché sbaglia solo chi vive, sbaglia chi ama, sbaglia chi sente.
E io non so fare altrimenti.
Imparo a perdonarmi per tutte quelle volte che non ho creduto nelle mie aspirazioni, non ho visto le mie capacità, non ho assecondato i miei veri desideri accontentandomi del minimo.
Da oggi voglio esser quella che ho desiderato, quella che desidera e che desidera in grande perché si merita di essere felice.
Così come la mia macchina, pulita sotto la pioggia di oggi, impeccabile sotto il primo sole di Maggio, fiera di tutte le sue imperfezioni che ne hanno fatto quello che è, pronta a viaggiare anche ad alta velocità, anche controvento.
(foto mia).
La pioggia in questa stagione è lieve, sembra cadere per accendere le piante di un verde ancor più vivo e per regalare acqua ai fiori nuovi che riempiono i prati con macchie vivaci.
La pioggia in macchina, soprattutto, trovo sia piacevole.
Il ticchettio leggero delle gocce sul tettuccio, i piccoli cerchi perfetti sul parabrezza, le gemme trasparenti che si posano sullo specchietto dal lato del guidatore.
Le matasse di nuvole scure sono enigmi da risolvere, hanno sagome affascinanti, nascondo la forza di qualcosa che verrà portando cambiamenti.
Se è vero che i cani finiscono per assomigliare ai loro padroni, è altrettanto vero che le macchine subiscono la stessa sorte.
La mia macchina è una vecchia ma affascinante Lancia y grigio chiara, niente di particolare, uguale a tante altre in giro.
Ha quasi quindici anni, eppure a me sembra sia nuovissima.
La carrozzeria ammaccata in molti punti, colpa della mia mancanza di cura in certe manovre di precisione in passato e anche della poca delicatezza di qualcuno incontrato durante gli anni: sconosciuti che arrivavano e poco dopo scomparivano non senza lasciare cicatrici e bolli ancora oggi evidenti.
In fondo siamo quello che siamo grazie - o a causa- di quello che abbiamo vissuto.
La mia macchina è rispettabile, certo.
Svolge la sua funzione com'è chiamata a fare: ogni tanto, non troppo spesso, a dire il vero, perché preferisco di gran lunga i piedi o la bici, mi porta da un punto all'altro della città senza fare storie, a volte facciamo qualche gita fuori porta.
Non le ho mai chiesto cose speciali, nemmeno mi sono mai sognata di fare con lei un lungo viaggio in autostrada.
Molto probabilmente perché non la reputo in grado: non abbastanza affidabile, non abbastanza prestante.
Esattamente com'ero solita fare pensando a me stessa.
Chiedere il minimo, senza avere grandi aspirazioni, accontentarsi delle briciole, pensando che forse non potevo pretendere di meglio.
Bene, oggi le cose stanno un po' diversamente.
La carrozzeria dismessa non è sinonimo di scarsa qualità.
Ho promesso a me stessa che appena smetterà di piovere inizierò a prendermi cura regolarmente della mia macchina, la laverò più spesso e ne pulirò gli interni.
Io credo che i nostri oggetti parlino profondamente di noi, molto di più di quanto siamo abituati a pensare.
Le attenzioni che dedichiamo alle nostre cose, lo stato in cui le manteniamo in vita o le lasciamo lentamente morire senza intervenire sul passare del tempo, sono molto di più che dettagli insignificanti.
Avere cura di ciò che indossiamo, dell'auto che guidiamo, delle scarpe che mettiamo ai piedi è il modo in cui proiettiamo al di fuori l'idea che abbiamo di noi stessi.
Per questo mi chiedo scusa, oggi, per non essermi curata abbastanza, perché tanto, non mi sentivo all'altezza, per aver lasciato che le situazioni mi consumassero senza intervenire per cambiarne la direzione, per non aver lavorato sulle ammaccature, i bolli, le righe della carrozzeria, perché in fondo, pensavo, basta che io vada avanti, come tutti si aspettano che faccia.
Oggi mi chiedo scusa per tutte quelle volte che ho sbagliato e non mi sono perdonata.
Perché sbaglia solo chi vive, sbaglia chi ama, sbaglia chi sente.
E io non so fare altrimenti.
Imparo a perdonarmi per tutte quelle volte che non ho creduto nelle mie aspirazioni, non ho visto le mie capacità, non ho assecondato i miei veri desideri accontentandomi del minimo.
Da oggi voglio esser quella che ho desiderato, quella che desidera e che desidera in grande perché si merita di essere felice.
Così come la mia macchina, pulita sotto la pioggia di oggi, impeccabile sotto il primo sole di Maggio, fiera di tutte le sue imperfezioni che ne hanno fatto quello che è, pronta a viaggiare anche ad alta velocità, anche controvento.
(foto mia).
martedì 9 maggio 2017
Giorno ottantacinque: di terrazze estive e canzoni stonate.
Di questi due giorni di straordinaria normalità ho amato molte cose.
In ordine sparso: le voci degli invitati che parlano a volume abbastanza alto da sentire il contenuto dei loro discorsi e distinguere le risate mentre fumano in terrazzo, probabilmente a fine cena -scena tipicamente estiva-, il parcheggio sotto casa per due sere di seguito, il ciambellone appena sfornato di mamma e il suo profumo che riempie le scale di casa, trovare una rivista di trekking in buca, ricevere un messaggio da qualcuno lontano che ti manca e che racconta di averti sognato di schiena mentre ti accarezzava una spalla, un massaggio rilassante di un'ora, riuscire a spiegare un concetto di matematica ad un bambino che la odia, inaugurare un paio di scarpe da tennis bianche, il sorriso incredulo e il ringraziamento sentito di un pedone che hai lasciato passare fermandoti e creando malcontento nel conducente dietro di te (pratica che mi contraddistingue riempiendomi di soddisfazione esistenziale), una fetta di torta alla vaniglia e un calice di Moscato brindando per il compleanno di due Belle donne, la fatica delle prove a teatro e la sensazione che poco per volta le cose inizino ad andare per il verso giusto, il sapore della prima serata calda dopo il ritorno inatteso dell'inverno negli scorsi giorni e il piacere di camminare senza giacca alle undici e sette minuti, il complimento più bello degli ultimi tempi: una persona che stimo che mi trova empatica, scrivere una poesia su Maggio, leggerla in classe senza svelare di esserne l'autrice e sentire che i miei bambini la trovano bella, cantare una canzone a squarciagola in macchina mentre al semaforo uno sconosciuto ti guarda sorpreso.
E di tutta questa poesia, se non scegliessi di fermarla su questa pagina bianca, non resterebbe che un ricordo fragile destinato a perdersi in un istante.
Invece no, io voglio farla mia, voglio rubarla al tempo che passa e costruirci un rifugio accogliente per i giorni meno splendenti.
Nelle piccole cose riposa in silenzio il segreto della vera Felicità.
Ne sono sempre più convinta.
Nella straordinarietà del normale risiede la vera Bellezza.
In ordine sparso: le voci degli invitati che parlano a volume abbastanza alto da sentire il contenuto dei loro discorsi e distinguere le risate mentre fumano in terrazzo, probabilmente a fine cena -scena tipicamente estiva-, il parcheggio sotto casa per due sere di seguito, il ciambellone appena sfornato di mamma e il suo profumo che riempie le scale di casa, trovare una rivista di trekking in buca, ricevere un messaggio da qualcuno lontano che ti manca e che racconta di averti sognato di schiena mentre ti accarezzava una spalla, un massaggio rilassante di un'ora, riuscire a spiegare un concetto di matematica ad un bambino che la odia, inaugurare un paio di scarpe da tennis bianche, il sorriso incredulo e il ringraziamento sentito di un pedone che hai lasciato passare fermandoti e creando malcontento nel conducente dietro di te (pratica che mi contraddistingue riempiendomi di soddisfazione esistenziale), una fetta di torta alla vaniglia e un calice di Moscato brindando per il compleanno di due Belle donne, la fatica delle prove a teatro e la sensazione che poco per volta le cose inizino ad andare per il verso giusto, il sapore della prima serata calda dopo il ritorno inatteso dell'inverno negli scorsi giorni e il piacere di camminare senza giacca alle undici e sette minuti, il complimento più bello degli ultimi tempi: una persona che stimo che mi trova empatica, scrivere una poesia su Maggio, leggerla in classe senza svelare di esserne l'autrice e sentire che i miei bambini la trovano bella, cantare una canzone a squarciagola in macchina mentre al semaforo uno sconosciuto ti guarda sorpreso.
E di tutta questa poesia, se non scegliessi di fermarla su questa pagina bianca, non resterebbe che un ricordo fragile destinato a perdersi in un istante.
Invece no, io voglio farla mia, voglio rubarla al tempo che passa e costruirci un rifugio accogliente per i giorni meno splendenti.
Nelle piccole cose riposa in silenzio il segreto della vera Felicità.
Ne sono sempre più convinta.
Nella straordinarietà del normale risiede la vera Bellezza.
domenica 7 maggio 2017
Giorno ottantaquattro: Nefelibata, a passeggio tra le nuvole.
Nefelibata: persona che vive tra le nuvole, letteralmente persona che passeggia fra le nuvole.
Da poco ho incontrato questa parola spagnola e me ne sono immediatamente innamorata, ritrovando in lei qualcosa di me.
Ci sono altri termini nei quali si inciampa, apparentemente per caso, ma che sentiamo subito appartenerci, attrarci verso di loro con una forza inspiegabile.
La magia ammaliatrice delle parole, la sensuale attrazione che una lingua esercita su di me è sempre stata potentissima, sin da piccola quando nelle ore di Inglese, la prima lingua straniera con cui sono entrata in contatto, mi immaginavo felice a viaggiare per il mondo con il solo patrimonio di una lingua che mi avrebbe aperto tutte le porte.
Merito di questa infatuazione - o colpa, dipende dai punti di vista- se crescendo ho provato le sensazioni migliori viaggiando, preparando una valigia, camminando tra strade sconosciute immersa in suoni poco familiari: wanderlust, la "malattia" di chi sente un costante e fortissimo desiderio di andare, viaggiare, spostarsi.
Ma nel mio personale vocabolario sentimentale non ci sono solo termini recenti.
Entusiasmo: dal greco, "dio dentro", l'energia dentro di noi, entrare in contatto con la parte più volitiva del nostro essere, lasciarsi invadere dalla forza creatrice di un nuovo desiderio, quella forza che nessun ostacolo saprà fermare.
O ancora "Empatia", una sorta di comunione affettiva con l'altro, immedesimarsi in lui, sentendo come lui sente.
La lista sarebbe ancora piuttosto lunga, ma queste poche parole bastano per raccontare la mia domenica:l'entusiasmo di un pomeriggio di yoga in un luogo magico, una dimora reale del Seicento.
Distesa sul mio tappetino con la testa fra le nuvole, nefelibata, con il cielo al posto del soffitto.
I respiri che si confondono con i suoni della natura fresca di primavera dopo una mattinata di grigio umido.
Il verde che si accende dopo la pioggia, il canto lieve degli uccelli, una vista sorprendente sulla città brulicante di vita e sulle cime dei monti ancora ricoperte di neve.
Le nuvole, qualche gonfio straccio di bianco sparso qua e là.
Tornare coi piedi per terra dopo esser stata capovolta per un po', scendere di nuovo nel mondo girovagando alla ricerca dell'auto tra gli edifici aristocratici della pre-collina, spiare tra portoni e terrazzini strambi volti dagli sguardi annoiati, incrociare cani di razza e padroni abbronzati, sbucare sulla piazza più grande d'Europa senza sapere come ci sei arrivata.
Gustarsi un gelato in attesa di un treno in una stazione di periferia, trovare graffiti d'amore che fanno sorridere, parlare del prossimo viaggio con un'amica.
Sottosopra, con la testa tra le nuvole, entusiasta e innamorata di questi piccoli attimi di stupore in una domenica qualunque di luce ritrovata.
Da poco ho incontrato questa parola spagnola e me ne sono immediatamente innamorata, ritrovando in lei qualcosa di me.
Ci sono altri termini nei quali si inciampa, apparentemente per caso, ma che sentiamo subito appartenerci, attrarci verso di loro con una forza inspiegabile.
La magia ammaliatrice delle parole, la sensuale attrazione che una lingua esercita su di me è sempre stata potentissima, sin da piccola quando nelle ore di Inglese, la prima lingua straniera con cui sono entrata in contatto, mi immaginavo felice a viaggiare per il mondo con il solo patrimonio di una lingua che mi avrebbe aperto tutte le porte.
Merito di questa infatuazione - o colpa, dipende dai punti di vista- se crescendo ho provato le sensazioni migliori viaggiando, preparando una valigia, camminando tra strade sconosciute immersa in suoni poco familiari: wanderlust, la "malattia" di chi sente un costante e fortissimo desiderio di andare, viaggiare, spostarsi.
Ma nel mio personale vocabolario sentimentale non ci sono solo termini recenti.
Entusiasmo: dal greco, "dio dentro", l'energia dentro di noi, entrare in contatto con la parte più volitiva del nostro essere, lasciarsi invadere dalla forza creatrice di un nuovo desiderio, quella forza che nessun ostacolo saprà fermare.
O ancora "Empatia", una sorta di comunione affettiva con l'altro, immedesimarsi in lui, sentendo come lui sente.
La lista sarebbe ancora piuttosto lunga, ma queste poche parole bastano per raccontare la mia domenica:l'entusiasmo di un pomeriggio di yoga in un luogo magico, una dimora reale del Seicento.
Distesa sul mio tappetino con la testa fra le nuvole, nefelibata, con il cielo al posto del soffitto.
I respiri che si confondono con i suoni della natura fresca di primavera dopo una mattinata di grigio umido.
Il verde che si accende dopo la pioggia, il canto lieve degli uccelli, una vista sorprendente sulla città brulicante di vita e sulle cime dei monti ancora ricoperte di neve.
Le nuvole, qualche gonfio straccio di bianco sparso qua e là.
Tornare coi piedi per terra dopo esser stata capovolta per un po', scendere di nuovo nel mondo girovagando alla ricerca dell'auto tra gli edifici aristocratici della pre-collina, spiare tra portoni e terrazzini strambi volti dagli sguardi annoiati, incrociare cani di razza e padroni abbronzati, sbucare sulla piazza più grande d'Europa senza sapere come ci sei arrivata.
Gustarsi un gelato in attesa di un treno in una stazione di periferia, trovare graffiti d'amore che fanno sorridere, parlare del prossimo viaggio con un'amica.
Sottosopra, con la testa tra le nuvole, entusiasta e innamorata di questi piccoli attimi di stupore in una domenica qualunque di luce ritrovata.
sabato 6 maggio 2017
Giorno ottantatré: il mudra del desiderio.
Piove senza tregua da qualche giorno.
Stare troppo coi piedi per terra, di questi tempi, potrebbe risultare pericoloso: si rischia che crescano funghi sulle caviglie! E allora ecco che inizio a divagare un po', lascio che la mia testa torni a farsi un giro tra le nuvole, si perda in capriole leggere, lascio che vaghi lontana dalla razionalità che il più delle volte sono obbligata a imporle per poter sopravvivere in questo mondo troppo radicato al peso del reale.
Sono una persona bizzarra, vivo di idee, desideri impalpabili, piccole visioni poetiche, sogni non tangibili; anche se ultimamente i miei sogni hanno un paio d'occhi chiari, un odore buono e un nome.
Che sta lontano.
Che devo dimenticare.
Che prima o poi spero, si disperderà nel vento e nella distanza (così dicono).
Ho sempre avuto la tendenza a starmene in un mondo tutto mio, forse un po' lontano da quello comune e magari per questo che mi sento poco compresa dai più.
Mi piace osservare le forme delle nuvole, trovare faccine nascoste negli oggetti che ci circondano, scovare messaggi segreti tra le pieghe dei giorni.
Ciò che un tempo era un ostacolo, adesso inizia ad essere il naturale stato delle cose, il mio marchio di fabbrica, il mio segno distintivo.
O per meglio dire: d'istintivo.
Sì, perché delle mie stranezze inizio ad andarne fiera, delle mie intuizioni sto imparando a fidarmi e lo devo proprio a questo mio esser poco legata ad una razionalità ingombrante.
Conoscersi è anche darsi fiducia, abbandonarsi alle sensazioni, perché raramente - o meglio, mai- potranno tradirci.
A tradirci è la testa, quando ci imponiamo che deve esser lei a decidere.
Da quando ho iniziato a praticare yoga, sono entrata ulteriormente in contatto con una dimensione più spirituale ed interiore, una dimensione che solo apparentemente risulta slegata dalla vita di tutti i giorni.
Imparare a sentire quello che abbiamo dentro, lasciare che le cose fluiscano senza opporre resistenza è la chiave per riuscire a viver bene ciò che accade al di fuori di noi.
Guardarci dal di fuori senza giudicarci, osservare e lasciare che le cose siano ciò che sono.
Anche quando questo può apparire inusuale o incomprensibile, almeno all'inizio.
Ed ecco allora che la ripetizione di un mantra, un suono sempre uguale o un esercizio di visualizzazione, possono acquisire un significato nuovo, possono caricarsi di senso solo se abbandoniamo la resistenza al dover dare a tutto una spiegazione scientifica o razionale.
Dedicare qualche minuto al giorno a riconnettersi con noi stessi esercitando la respirazione, diventando consapevoli della nostra parte fisica così come di quella non tangibile, provare a svuotare la mente e a fermarci nell'istante presente, sentire che tutto è energia.
Allora oggi inizio a praticare un mudra nuovo, si chiama "il mudra del desiderio".
Lo so, pare una cosa strana: unire le dita in una posizione singolare, respirare e visualizzare ciò che vorremmo attrarre nella nostra vita.
Sembrerebbe un rito magico.
I più diranno che è assurdo e insensato.
Io lo trovo bello e voglio provare.
Se è vero che si attrae ciò che si è, se è vero che desideri positivi portano a noi cose positive, allora funzionerà.
Intanto continua a piovere.
Stamattina mi sono concessa una pausa dal parrucchiere: massaggio profumato al mango e balsamo nutriente.
Adesso sorseggio un tè, accompagnato da una fetta di ciambellone.
I gatti riposano respirando tranquilli sul letto.
Dentro casa la sensazione di pace è totale.
La giornata non è nemmeno a metà, ma ho già motivi per sentirmi felice e questa sera mi attende una cena tra amici per festeggiare il compleanno di una persona speciale.
Il mudra del desiderio, inizia già a fare effetto.
Stare troppo coi piedi per terra, di questi tempi, potrebbe risultare pericoloso: si rischia che crescano funghi sulle caviglie! E allora ecco che inizio a divagare un po', lascio che la mia testa torni a farsi un giro tra le nuvole, si perda in capriole leggere, lascio che vaghi lontana dalla razionalità che il più delle volte sono obbligata a imporle per poter sopravvivere in questo mondo troppo radicato al peso del reale.
Sono una persona bizzarra, vivo di idee, desideri impalpabili, piccole visioni poetiche, sogni non tangibili; anche se ultimamente i miei sogni hanno un paio d'occhi chiari, un odore buono e un nome.
Che sta lontano.
Che devo dimenticare.
Che prima o poi spero, si disperderà nel vento e nella distanza (così dicono).
Ho sempre avuto la tendenza a starmene in un mondo tutto mio, forse un po' lontano da quello comune e magari per questo che mi sento poco compresa dai più.
Mi piace osservare le forme delle nuvole, trovare faccine nascoste negli oggetti che ci circondano, scovare messaggi segreti tra le pieghe dei giorni.
Ciò che un tempo era un ostacolo, adesso inizia ad essere il naturale stato delle cose, il mio marchio di fabbrica, il mio segno distintivo.
O per meglio dire: d'istintivo.
Sì, perché delle mie stranezze inizio ad andarne fiera, delle mie intuizioni sto imparando a fidarmi e lo devo proprio a questo mio esser poco legata ad una razionalità ingombrante.
Conoscersi è anche darsi fiducia, abbandonarsi alle sensazioni, perché raramente - o meglio, mai- potranno tradirci.
A tradirci è la testa, quando ci imponiamo che deve esser lei a decidere.
Da quando ho iniziato a praticare yoga, sono entrata ulteriormente in contatto con una dimensione più spirituale ed interiore, una dimensione che solo apparentemente risulta slegata dalla vita di tutti i giorni.
Imparare a sentire quello che abbiamo dentro, lasciare che le cose fluiscano senza opporre resistenza è la chiave per riuscire a viver bene ciò che accade al di fuori di noi.
Guardarci dal di fuori senza giudicarci, osservare e lasciare che le cose siano ciò che sono.
Anche quando questo può apparire inusuale o incomprensibile, almeno all'inizio.
Ed ecco allora che la ripetizione di un mantra, un suono sempre uguale o un esercizio di visualizzazione, possono acquisire un significato nuovo, possono caricarsi di senso solo se abbandoniamo la resistenza al dover dare a tutto una spiegazione scientifica o razionale.
Dedicare qualche minuto al giorno a riconnettersi con noi stessi esercitando la respirazione, diventando consapevoli della nostra parte fisica così come di quella non tangibile, provare a svuotare la mente e a fermarci nell'istante presente, sentire che tutto è energia.
Allora oggi inizio a praticare un mudra nuovo, si chiama "il mudra del desiderio".
Lo so, pare una cosa strana: unire le dita in una posizione singolare, respirare e visualizzare ciò che vorremmo attrarre nella nostra vita.
Sembrerebbe un rito magico.
I più diranno che è assurdo e insensato.
Io lo trovo bello e voglio provare.
Se è vero che si attrae ciò che si è, se è vero che desideri positivi portano a noi cose positive, allora funzionerà.
Intanto continua a piovere.
Stamattina mi sono concessa una pausa dal parrucchiere: massaggio profumato al mango e balsamo nutriente.
Adesso sorseggio un tè, accompagnato da una fetta di ciambellone.
I gatti riposano respirando tranquilli sul letto.
Dentro casa la sensazione di pace è totale.
La giornata non è nemmeno a metà, ma ho già motivi per sentirmi felice e questa sera mi attende una cena tra amici per festeggiare il compleanno di una persona speciale.
Il mudra del desiderio, inizia già a fare effetto.
mercoledì 3 maggio 2017
Giorno ottantadue: canzone d'amore per i tempi morti.
Sono così stanca che gli occhi mi si chiudono davanti a questo schermo troppo luminoso, ma ho fatto una promessa a me stessa e voglio mantenerla.
Ultimamente è come se il mio corpo e la mia mente avessero esaurito tutte le scorte di energia: non riesco quasi mai a formulare una frase o a scriverla senza fare errori e arrivo alla sera senza la forza di fare molto oltre a sedermi sul divano un'ora, quando va bene, a leggere qualche riga.
Intanto le mail a cui rispondere, le bollette da pagare, la lista delle cose da fare si vanno accumulando rubando altro tempo al già poco tempo che rimane.
Ma quanto ne spreco ogni giorno!
Quanto tempo che mi scivola via, quanto tempo che non so usare come vorrei.
Imparare a far tesoro dei minuti ritagliati tra un "devo" e un altro, dare il giusto spazio agli eventi e la giusta priorità alle persone, liberarsi dai pesi che ingombrano il nostro campo insozzandolo di inutilità, smettere di procrastinare, vincere la pigrizia del "lo farò domani", concedersi qualche sacro respiro di pausa, riappropriarsi dei tempi morti, che ormai non esistono più.
Prima che inventassero lo smartphone c'erano tempi morti mentre aspettavo l'autobus, quando facevo la fila in posta, in attesa del semaforo verde.
Allora mi guardavo intorno, a volte incrociavo lo sguardo di uno sconosciuto, leggevo i libri che mi portavo dietro, prendevo appunti sui miei mille quadernetti incompleti disseminati tra le borse che cambiavo continuamente. Alle volte non facevo nulla: semplicemente aspettavo o forse nemmeno quello, mi limitavo a contemplare il vuoto, a respirare l'attesa, ad annoiarmi assaporando il gusto del momento presente.
Era un bel privilegio quello dei tempi morti.
Me ne accorgo solo oggi che il vuoto sembra sempre che sia obbligatorio riempirlo con qualcosa.
Che poi, mi chiedo, non sarebbe meglio smettere di farlo, lasciare un po' di tempo per ciò che è, senza volerlo a tutti i costi colmare con inutili contenuti fasulli?
Mi sono persa in considerazioni che mi hanno allontanata dal mio proposito: isolare nella mia giornata un motivo di felicità.
Forse anche questo è un inconsapevole tentativo di tornare a riappropriarmi del mio tempo: mi impegno a ritagliarmi quotidianamente - o quasi- una mezz'ora (a volte di più) per pensare, costruire un pensiero, cullarlo dentro di me, farlo nascere e curarlo.
Oggi è stato bello sentire il corriere citofonarmi, chiedermi "chi sarà?", rispondere, sentire che non era la pubblicità in buca, avere per un istante il folle presentimento che fosse un regalo di qualcuno che sta lontano, scendere in ciabatte a ritirare il mio pacco per poi scoprire che no, non era ciò che desideravo, ma che era comunque qualcosa di bello.
Hanno pubblicato un mio piccolo contributo su una rivista di pedagogia. Si tratta di un breve articolo, una riflessione sul mio mestiere, che poi un mestiere non è.
In fondo nulla di così importante, ma un impercettibile segno che sono orgogliosa di poter lasciare a tutti gli sconosciuti che inciamperanno tre le mie parole, nate forse, in uno di quei meravigliosi tempi morti che ormai ho perso.
Esattamente come adesso lascio queste parole a chi avrà la pazienza e la curiosità, la dedizione e la forza di arrivare fino al fondo di questo piccolo post quotidiano.
Cose da poco, ma cose che nella loro piccolezza colorano di straordinario i miei giorni.
Ultimamente è come se il mio corpo e la mia mente avessero esaurito tutte le scorte di energia: non riesco quasi mai a formulare una frase o a scriverla senza fare errori e arrivo alla sera senza la forza di fare molto oltre a sedermi sul divano un'ora, quando va bene, a leggere qualche riga.
Intanto le mail a cui rispondere, le bollette da pagare, la lista delle cose da fare si vanno accumulando rubando altro tempo al già poco tempo che rimane.
Ma quanto ne spreco ogni giorno!
Quanto tempo che mi scivola via, quanto tempo che non so usare come vorrei.
Imparare a far tesoro dei minuti ritagliati tra un "devo" e un altro, dare il giusto spazio agli eventi e la giusta priorità alle persone, liberarsi dai pesi che ingombrano il nostro campo insozzandolo di inutilità, smettere di procrastinare, vincere la pigrizia del "lo farò domani", concedersi qualche sacro respiro di pausa, riappropriarsi dei tempi morti, che ormai non esistono più.
Prima che inventassero lo smartphone c'erano tempi morti mentre aspettavo l'autobus, quando facevo la fila in posta, in attesa del semaforo verde.
Allora mi guardavo intorno, a volte incrociavo lo sguardo di uno sconosciuto, leggevo i libri che mi portavo dietro, prendevo appunti sui miei mille quadernetti incompleti disseminati tra le borse che cambiavo continuamente. Alle volte non facevo nulla: semplicemente aspettavo o forse nemmeno quello, mi limitavo a contemplare il vuoto, a respirare l'attesa, ad annoiarmi assaporando il gusto del momento presente.
Era un bel privilegio quello dei tempi morti.
Me ne accorgo solo oggi che il vuoto sembra sempre che sia obbligatorio riempirlo con qualcosa.
Che poi, mi chiedo, non sarebbe meglio smettere di farlo, lasciare un po' di tempo per ciò che è, senza volerlo a tutti i costi colmare con inutili contenuti fasulli?
Mi sono persa in considerazioni che mi hanno allontanata dal mio proposito: isolare nella mia giornata un motivo di felicità.
Forse anche questo è un inconsapevole tentativo di tornare a riappropriarmi del mio tempo: mi impegno a ritagliarmi quotidianamente - o quasi- una mezz'ora (a volte di più) per pensare, costruire un pensiero, cullarlo dentro di me, farlo nascere e curarlo.
Oggi è stato bello sentire il corriere citofonarmi, chiedermi "chi sarà?", rispondere, sentire che non era la pubblicità in buca, avere per un istante il folle presentimento che fosse un regalo di qualcuno che sta lontano, scendere in ciabatte a ritirare il mio pacco per poi scoprire che no, non era ciò che desideravo, ma che era comunque qualcosa di bello.
Hanno pubblicato un mio piccolo contributo su una rivista di pedagogia. Si tratta di un breve articolo, una riflessione sul mio mestiere, che poi un mestiere non è.
In fondo nulla di così importante, ma un impercettibile segno che sono orgogliosa di poter lasciare a tutti gli sconosciuti che inciamperanno tre le mie parole, nate forse, in uno di quei meravigliosi tempi morti che ormai ho perso.
Esattamente come adesso lascio queste parole a chi avrà la pazienza e la curiosità, la dedizione e la forza di arrivare fino al fondo di questo piccolo post quotidiano.
Cose da poco, ma cose che nella loro piccolezza colorano di straordinario i miei giorni.
lunedì 1 maggio 2017
Giorno ottantuno: un caffè per due.
Una giornata di freddo, dopo settimane di estate anticipata.
La pioggia incessante e il desiderio letargico di rintanarsi in un pomeriggio di coperte e libri.
Il lavoro, che anche se oggi è la festa del lavoratore, non puoi evitare.
Una colazione -quasi pranzo- con un'amica, chiacchiere, risate e un regalo magico: due tazzine e un biglietto benaugurale.
Chissà quando potrò bermi questo caffè speciale.
Per il momento le ho riposte all'ultimo piano della vetrinetta.
Sono lì, le posso guardare sempre, così da non dimenticarmi di sperare ancora che prima o poi arriverà qualcuno che se lo meriterà quel caffè.
Quel biglietto rosso me lo sono riletto varie volte, sorridendo, sperando che possa essere premonizione di qualcosa di bello che non tarderà ad entrare nella mia vita.
Uno strano lunedì agrodolce al sapore di domenica, una giornata di autunno ritrovato e immagini ingombranti che non vogliono sbiadire.
Due tazzine amuleto che aspettano il momento giusto per riempirsi di profumo denso e scuro.
Una carezza calda in questo grigio incessante.
Lasciare fluire, lasciare andare.
Vivere scivolando con leggerezza sopra gli epiloghi.
Scrivere un punto e andare a capo.
Iniziare ancora, con una nuova lettera Maiuscola.
La pioggia incessante e il desiderio letargico di rintanarsi in un pomeriggio di coperte e libri.
Il lavoro, che anche se oggi è la festa del lavoratore, non puoi evitare.
Una colazione -quasi pranzo- con un'amica, chiacchiere, risate e un regalo magico: due tazzine e un biglietto benaugurale.
Chissà quando potrò bermi questo caffè speciale.
Per il momento le ho riposte all'ultimo piano della vetrinetta.
Sono lì, le posso guardare sempre, così da non dimenticarmi di sperare ancora che prima o poi arriverà qualcuno che se lo meriterà quel caffè.
Quel biglietto rosso me lo sono riletto varie volte, sorridendo, sperando che possa essere premonizione di qualcosa di bello che non tarderà ad entrare nella mia vita.
Uno strano lunedì agrodolce al sapore di domenica, una giornata di autunno ritrovato e immagini ingombranti che non vogliono sbiadire.
Due tazzine amuleto che aspettano il momento giusto per riempirsi di profumo denso e scuro.
Una carezza calda in questo grigio incessante.
Lasciare fluire, lasciare andare.
Vivere scivolando con leggerezza sopra gli epiloghi.
Scrivere un punto e andare a capo.
Iniziare ancora, con una nuova lettera Maiuscola.
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